Il progetto del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele, spostando fisicamente l’ambasciata Usa da Tel Aviv, preoccupa la Cina. “Siamo preoccupati per una possibile escalation di tensioni” in Medio Oriente, ha detto il portavoce del ministro degli esteri cinese, Geng Shuang, confermando quanto già più volte detto da pechino sulla volontà di avere un Medio Oriente il più possibile stabilizzato. “Tutte le parti coinvolte devono avere a cuore la stabilità della regione ed essere prudenti nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, evitare di minare le basi di una risoluzione della questione palestinese e astenersi dal generare un nuovo scontro nella regione”. Così ha detto lo stesso portavoce che ha concluso ricordando come la Cina abbia sempre promosso il processo di pace in Medioriente, sostenendo la “giusta causa” del popolo palestinese e il suo diritto ad avere uno Stato sovrano, indipendente e basato sulle frontiere decise nel 1967. Uno Stato che avrebbe Gerusalemme est come capitale.

A fare eco a queste preoccupazioni del governo cinese, ci ha pensato l’organo ufficiale internazionale del partito, il Global Times, che in un editoriale, ha voluto indicare tutti i pericoli che potrebbero scaturire dalla decisione finale di Donald Trump sul riconoscimento della nuova capitale di Israele. Secondo il quotidiano online cinese, “le decisioni di Trump spezzeranno la situazione relativamente calma tra la Palestina e Israele e riscriveranno il panorama politico in Medio Oriente”. Il ragionamento che fa il quotidiano cinese, e che dunque è quello che filtra dai palazzi di Pechino, è che con i tumulti delle Primavere arabe, i vari scontri tra musulmani sciiti e sunniti che infiammano il Medio Oriente dalla penisola arabica alla Siria e l’Iraq, la guerra allo Stato islamico e le ribellioni in Siria, la questione palestinese si era mantenuta sostanzialmente equilibrata. Un equilibrio precario, certamente, dove non sono mancati momenti di alta tensione, proteste e morti, ma che si è sempre riuscito a sedare riportandola alla tranquillità armata che caratterizza quella terra da molti decenni. Adesso, la decisione di Trump rischia, in sostanza di riportare al centro del Medio Oriente un problema che si stava risolvendo quasi da solo, in una sorta di stallo permanente, con la possibilità di sbocchi diplomatici che mettessero dei punti fermi nella disputa arabo-israeliana.

Trump “sta agitando un nido di vespe” dice il Global Times. E probabilmente è proprio questo il timore di Pechino, che in Medio Oriente ha intenzione di penetrare attraverso progetti infrastrutturali e accordi economici che coinvolgono sia gli Stati arabi che Israele. E si teme in particolare la possibilità che oltre all’esplosione di nuove rivolte mediorientali e nuova instabilità, si riaccenda anche la possibilità di una rinascita del terrorismo islamista in chiave anti-americana. Perché se prima si poteva credere che molti Paesi arabi e musulmani potessero ritenere plausibile un compromesso con gli Stati Uniti nell’ottica di una presa di potere di forze più o meno moderate, ma facilmente manovrabili e meno inclini allo scontro ideologico, adesso c’è il serio rischio che si riaccendano i cuori dei molti movimenti radicali in tutti i Paesi della regione. Pericolo che a Pechino è visto con estremo interesse dal momento che per giungere all’Europa e al Mediterraneo, la Nuova Via della Seta deve attraversare Paesi che hanno una forte ostilità con gli Stati Uniti e con Israele e che potrebbero presto incendiarsi.

Ma quello che preoccupa Pechino non è soltanto il Medio Oriente. È anche il fatto che The Donald, piaccia o non piaccia, sta effettivamente compiendo le promesse elettorali. Aveva detto che si sarebbe sfilato dagli accordi internazionali, commerciali e politici, che ledevano gli interessi economici americani, e l’ha fatto. Aveva detto che il 5+1 con l’Iran non gli piaceva e ne ha promosso la decertificazione. Aveva promesso il travel ban e la forte ostilità nei confronti dell’Iran e l’ha fatto. E adesso è arrivata la decisione su Gerusalemme, promessa in campagna elettorale ma mantenuta in stand-by fino a nuovo ordine durante il primo anno di mandato. E se Trump continua a mantenere le sue promesse, tirando avanti senza scendere a compromessi con i suoi interlocutori, quello che teme adesso la Cina è che possa fare lo stesso con la Corea del Nord, in una crisi in cui spesso il presidente Usa ha utilizzato parole minacciose e in cui non ha mai escluso l’opzione militare. Il Global Times conclude con questa affermazione: “Le forze che non vogliono essere manipolate dagli Stati Uniti devono esserne consapevoli”. Consapevoli di questo decisionismo unilaterale di Donald Trump. Un monito che suona anche come una presa di posizione di notevole importanza da parte di Pechino nei confronti della comunità internazionale.