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Fine del riconoscimento di un ruolo di mediatore agli Stati Uniti e riconoscimento di Gerusalemme Est come capitale dello Stato di Palestina. Sono questi i punti fermi su cui si sono ritrovati concordi i leader dei Paesi islamici riuniti a Istanbul dal presidente Erdogan per decidere una risposta coordinata di tutti gli Stati a maggioranza musulmana di fronte alle ultime mosse del presidente degli Stati Uniti. A Istanbul sono giunti i capi di stato di 18 Paesi, dal Nordafrica al Sudest asiatico. Egitto, Emirati Arabi Uniti e Marocco hanno preferito inviare i propri ministri degli Esteri, mentre l’Arabia Saudita ha mandato il ministro per gli Affari Islamici. Tutti divisi sul fronte politico ma tutti uniti sul fronte di Gerusalemme, che è riuscita a ricompattare il mondo islamico dopo anni di divisioni fortissime e di guerre che ancora infiammano il Medio Oriente.

Il vertice di Istanbul può rivelare molte cose sul presente e sul futuro del Medio Oriente. E forse serviva Trump, con la sua poca diplomazia, per scoperchiare un vaso di Pandora chiuso per anni dalle divisioni del mondo islamico. Innanzitutto, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, è del tutto chiaro che la Turchia di Erdogan si muova ormai come attore fondamentale del Medio Oriente e si stia ritagliando la leadership rispetto a tutto il mondo musulmano. Le stesse frasi rivolte al presidente Trump, quando è ancora formalmente parte della Nato, dimostrano quanto sia ormai del tutto formale e non sostanziale l’appartenenza di Ankara al blocco occidentale. Erdogan agisce da solista. E nel suo ideale neo-ottomano, Trump e Netanyahu gli hanno offerto un assist perfetto per mostrarsi apertamente come leader mediorientale e musulmano. Mai come adesso, il presidente turco ha usato parole così dure nei confronti di Israele Stati Uniti, accusando Donald Trump di avere “una mentalità sionista” e Israele di essere uno Stato terrorista. E mai come ora Erdogan aveva ricevuto l’investitura del mondo islamico quale leader garante della salvaguardia della comunità musulmana nel mondo, che è l’obiettivo per cui è stata fondata l’Organizzazione riunta oggi sul Bosforo. “Oggi abbiamo mostrato al mondo l’unità del mondo islamico. Il presidente americano Donald Trump ha trovato fin dal primo momento l’opposizione di tutto il mondo, non solo islamico. La sua decisione getta nel caos la regione, dà forza ai fanatici e mette fine al processo di pace”. Queste le frasi di Erdogan in chiusura del vertice. Un “j’accuse” che dichiara apertamente fine a potenziali rapporti amichevoli fra i due leader.

Un secondo punto interessante che ha rivelato la riunione di Istanbul è che l’Organizzazione sia sembrata molto più unita di quanti ci aspettasse. La bozza della risoluzione finale dimostra convergenza su punti molto importanti che non vanno sottovalutati. Non soltanto per la questione di Gerusalemme, ma anche con riguardo ai rapporti internazionali fra i diversi Stati del mondo islamico. L’impressione è che il mondo islamico potesse avere, in questo preciso momento storico, soltanto un modo per essere ricompattato dopo decenni di guerre intestine, e che Trump l’abbia trovato spostando l’ambasciata Usa. Dopo molti anni, iraniani, turchi, giordani, sauditi ed emiratini si ritrovano concordi sulla decisione di riconoscere Gerusalemme est come capitale di uno Stato di Palestina e sono tutti concordi nel ritenere la mossa del presidente degli Stati Uniti come un atto che mette a repentaglio la sicurezza della regione. Questo non significa, evidentemente, che le alleanze con gli Stati Uniti sono finite e che invece sia l’inizio di rapporti idilliaci fra Stati musulmani. Ma è del tutto evidente che sarà più difficile per gli Stati arabi alleati di Washington e Tel Aviv mettere in atto politiche convergenti con Israele, a pena di risultare poco credibili come potenze regionali.

In questo senso, è interessante vedere come questa situazione creata da Trump possa servire un po’ a tutti per chiarire le proprie posizioni all’interno del Medio Oriente. Per Paesi come Turchia e Iran, la decisione della Casa Bianca è estremamente utile per dimostrare agli altri Stati e alle popolazioni dei Paesi su cui hanno la loro sfera d’influenza, che i loro sono governi affidabili per salvaguardare i diritti dell’islam. Ed è interessante ad esempio vedere come i palestinesi stiano da molti giorni parlando di Erdogan quale unico leader che difenda i loro diritti. Dall’altra parte, le monarchie del Golfo così come la Giordania, alleati degli Stati Uniti e in rapporti tutto sommato positivi con Israele, si ritrovano adesso a dover dimostrare da che parte stanno. È chiaro che a questo punto, ogni scelta nel senso di una convergenza d’interessi con Israele sarà utilizzata dai loro avversari per screditarli di fronte agli altri Paesi a maggioranza musulmana. Ma dall’altro lato, potrebbe anche essere l’investitura definitiva della nascita del blocco non solo israelo-americano, ma di un nuovo blocco comprensivo anche ufficialmente dei Paesi del Golfo. Con altri Stati, vedasi Egitto, che iniziano di nuovo a guardarsi introno e che sembrano avvicinarsi alla Turchia e alla Russia.

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