La decisione di Donald Trump di voler spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconoscendola esplicitamente come capitale dello Stato di Israele, è un qualcosa paventato già durante la campagna elettorale e nei primi giorni di presidenza. E che adesso, dopo un anno di mandato, sembra tornare alla ribalta e prendere di nuovo il primo posto nell’agenda politica Usa in Medio Oriente. Se sarà confermata, la decisione del presidente degli Stati Uniti avrà un effetto domino difficilmente quantificabile all’interno della regione mediorientale e nei rapporti con il mondo musulmano, andando a colpire uno dei temi più sentiti non solo dalla comunità palestinese, ma anche da tutti gli Stati a maggioranza musulmana in cui vige l’assoluta certezza che Gerusalemme non può essere capitale dello Stato di Israele, a prescindere dai rapporti politici con lo Stato stesso – è una questione religiosa, culturale e politica che travalica le relazioni diplomatiche con Israele, e che è sempre stata (e sarà) un tabù mentale prima ancora che diplomatico all’interno delle cancellerie “musulmane” in senso lato.

La mossa di Trump rischia di essere un errore strategico per la politica estera americana e, probabilmente, anche per lo stesso Stato di Israele. Nel caos generato dalle forze Usa in tutto il Medio Oriente, con la drammatica guerra in Iraq e la sconfitta politica in Siria, le ultime mosse dell’amministrazione Trump sembravano quantomeno orientate verso la creazione di un blocco tra Paesi arabi, Israele e  Stati Uniti che contrastasse l’avanzata dei nuovi attori mediorientali, in particolare l’Iran, e con un occhio di riguardo anche nei confronti della Turchia, Paese che ormai cerca in ogni modo di occupare una posizione di leadership all’interno della regione. Una politica estera caotica ma che aveva uno scopo, cioè dividere il fronte musulmano, imporsi come potenza leadership del blocco delle monarchie del Golfo Persico insieme a Israele e imporsi come muro nei confronti degli eventuali avversari regionali. Finora, le mosse Usa sono state grossolane, specie in Siria, ed hanno permesso che Teheran ne prendesse vantaggio. E sono state grossolane anche con la Turchia, riuscendo a far scivolare un Paese Nato fra le braccia di Mosca dopo che con essa aveva rischiato la guerra. Tuttavia avevano sortito l’effetto di creare dei blocchi misti. Adesso, la scelta di spostare la capitale a Gerusalemme, crea problemi non irrilevanti nei rapporti degli Stati Uniti e di Israele anche con gli stessi alleati del Golfo Persico, che, pur con tutti i rapporti “amichevoli” sul fronte della sicurezza con Israele, mai potrebbero accettare lo spostamento della capitale in quella che è considerata città sacra anche per i musulmani. La rottura di un equilibrio precario ma consolidato come quello della Terra Santa, rischia di dover rimodulare il Medio Oriente e rischia, in ultima analisi, di compattare il mondo musulmano come forse mai nessuno era riuscito a fare negli ultimi anni. Ma rischia anche di isolare ancora di più gli Stati Uniti e di dare il colpo di grazia alla stessa sicurezza di Israele, che può vivere in pace soltanto cercando di vivere con un compromesso più o meno chiaro con gli Stati a maggioranza musulmana che lo circondano, così come con il popolo palestinese. La scelta unilaterale di tipica matrice trumpiana può essere quindi un’arma a doppio taglio anche per lo stesso Stato di Israele, che adesso si ritroverà ancora più isolato e probabilmente senza l’appoggio dei suoi nuovi amici del Golfo.

Dal punto di vista della politica interna, la scelta di Donald Trump può essere letta nell’ottica di un voler ricompattare il fronte repubblicano più apertamente filo-israeliano, in un momento di profonda crisi dovuto al Russiagate, ma anche a causa di una seria impasse in molte questioni aperte, sia di politica estera che di politica interna, in cui l’amministrazione non riesce a trovare il bandolo della matassa. Ma dal punto di vista strategico, anche sul fronte interno, rischia di aver lanciato un boomerang. Se Donald Trump persegue in questa decisione, le conseguenze per la politica estera e interna degli Stati Uniti – che per una superpotenza sono difficilmente distinguibili – e quindi per la sua amministrazione, potrebbero essere molto pericolose. Ed è un pericolo in cui sta conducendo non solo tutto il Medio Oriente, ma anche gli Stati e le potenze internazionali che sono coinvolti in quella regione e che considerano Israele e gli Stati regionali come partner economici e militari. L’unilateralità della decisione comporterà di sicuro un irrigidimento con gli Stati dell’Unione europea, da sempre forieri di una politica di compromesso nella questione israelo-palestinese e da sempre inclini a solidi rapporti con i Paesi mediorientali, dalla Turchia, ai Paesi arabi, all’Iran. Avrà anche ripercussioni con i rapporti con la Russia, che adesso si ritrova le proprie truppe in un’area ancora più incandescente. E si ripercuoterà anche sul futuro di tutta la regione. Con Europa, Nato, Russia e partner mediorientali come prime vittime di questo unilateralismo Usa.