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Il problema del surplus commerciale della Germania è un tema che deve interessare tutti. Per anni la questione è stata quasi sottaciuta. Non perché non se ne dovesse parlare, ma perché in fondo non interessava. Berlino era il motore dell’Unione europea, Angela Merkel era la leader indiscussa e indiscutibile del continente. E in fondo nessuno a Bruxelles era interessato a mettere in dubbio le politiche della leader del partiti più importante della maggioranza dell’Europarlamento e della guida della locomotiva europea.

Poi qualcosa è cambiato. Il vento sovranista ha messo in dubbio le granitiche certezza filo-tedesche che caratterizzavano i vari governi europei. E dall’altra parte dell’Atlantico, è arrivato Donald Trump, che si è abbattuto come un macigno sulla Germania andando direttamente al cuore del problema: la politica industriale e commerciale promossa da Angela Merkel e che rappresenta uno dei temi principali nell’agenda politica americana. Basta ricordare uno dei tweet del presidente Usa riguardo alla politica commerciale tedesca: 

We have a MASSIVE trade deficit with Germany, plus they pay FAR LESS than they should on NATO & military. Very bad for U.S. This will change

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 30 maggio 2017

A quel punto, ciò che sembrava essere un tabù, si è rivelato un qualcosa di criticabile e di non più difendibile a priori. L’Europa è in crisi, Berlino non ha più una leader forte, e la crisi, che sembrava essere risolta dalle politiche di Bruxelles, si è rivelata un problema ancora esistente. Così, il problema del surplus commerciale tedesco è tornato a essere di nuovo argomento di interesse comune. Tanto che anche in Germania, qualcuno ha iniziato a capire che la politica commerciale voluta dai governi della Grande Coalizione è stata un errore. Soprattutto dopo che quest’anno il surplus commerciale ha fatto registrare un nuovo record: 36,5 miliardi di euro

Di fronte a queste cifre, il problema è serio. Ma è serio non solo per gli Stati Uniti, ma soprattutto per i partner europei. Tanto è vero che anche l’Swp, l’Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, ha dichiarato che il surplus è dannoso per l’Europa e per i Paesi limitrofi. Non solo, ma gli analisti di questo think-tank, che è anche vicino alle posizione della Merkel, hanno smantellato la tesi secondo cui il surplus è legato a decisioni della imprese su cui il governo non può mettere il naso. Ipotesi smontata totalmente nelle poche pagine pubblicate dall’Swp.

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“La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l’ esportazione di capitali”, ha scritto il think tank come riportato da La Verità. “Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull’acceleratore degli investimenti interni”.

Il punto segnalato dal quotidiano italiano è che la Germania fa da anni dumping sulle aziende concorrenti dell’Unione europea. Questo cosa significa? Significa che le aziende tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire all’interno dell’Unione europea e anche in tutto il mondo. Ecco perché gli altri Stati europei sono fortemente contrariati da questa politica. Ed ecco perché Trump, appena eletto alla Casa Bianca, ha “dichiarato guerra” alla Germania e minacciato una guerra dei dazi nei confronti dell’Unione europea e di Berlino in particolare.

A questo, si aggiunge poi un dato poco conosciuto ma fondamentale. “Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all’1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all’interno dell’ organizzazione internazionale è del 2,8%. L’Italia è poco sopra”. E anche questo è un tema da tenere molto in considerazione, perché in pratica le aziende tedesche sfruttano una situazione decisamente favorevole in materia di tassazione potendo sostenere l’export. Se si pensa che, in linea tendenziale, le aziende tedesche pagano rispetto a quelle italiane un punto di Pil in meno, si comprende come possano essere avvantaggiate nei mercati internazionali. 

“Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche”, si legge nel report del think tank. E si passa anche a parlare dell’Italia: “Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l’ Italia è impantanata in una economia in stagnazione”. E in questa situazione deficitaria, la Germania persevera in politiche del tutto contrarie al benessere del resti dei Paese europei.

Anzi, l’Swp è chiarissimo nelle sue conclusioni. “Il punto più importante è semplice: il governo federale dovrebbe identificare la riduzione delle esportazioni di capitali come un compito politico. La posta in gioco non è solo la reputazione della Germania come attore responsabile e costruttivo nelle relazioni internazionali, ma anche il futuro del processo di integrazione europea e l’ulteriore sviluppo della globalizzazione. Quale potenza importante in Europa e nell’economia globale, la Germania dovrebbe considerare le conseguenze delle sue azioni per altri Paesi. Per stabilizzare il processo di integrazione europea e prevenire l’ulteriore discredito della globalizzazione, la Germania deve cambiare la sua politica economica estera e ridurre rapidamente le eccedenze elevate”. Eppure, a Bruxelles sembrano convinti del contrario.

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