Se le previsioni dei sondaggi fossero confermate, si tratterebbe di un evento di portata storica. Per la prima volta dal secondo dopoguerra le porte del Bundestag si aprirebbero ad un partito più a destra della Cdu/Csu. 

Ormai l’ingresso in parlamento degli euroscettici di Alternative für Deutschland (Afd), sembra cosa certa, sebbene il partito fondato nel 2013 dall’economista Bernd Lucke sia lontano dalle percentuali di gradimento su cui si attestava lo scorso anno e dai consensi raccolti nelle scorse elezioni regionali. Se nel 2016, infatti, il 15% dei tedeschi si dichiarava pronto a votare per l’Afd, ora il partito si colloca ora attorno al 9% nelle intenzioni di voto. Una cifra che, però, basterebbe ai populisti per superare la soglia di sbarramento del 5% e conquistare più di un seggio nel palazzo del Reichstag.

Ma c’è di più. Secondo gli ultimi sondaggi, come quello pubblicato lunedì scorso dal quotidiano Bild, o quello di Yougov, citato ieri da Repubblica, nelle ultime settimane l’Afd sarebbe cresciuta fino all’11-12%. Se così fosse, nelle elezioni di domenica prossima, il partito che ormai tutti considerano di estrema destra, potrebbe superare la sinistra di Die Linke e diventare così la terza forza politica della Germania.

La crescita del partito nei sondaggi è andata di pari passo con quella dei toni dei suoi leader, che si sono fatti sempre più accesi in questi ultimi giorni di campagna elettorale, soprattutto sui temi dell’Islam e dell’immigrazione. La diffusione della religione islamica è “una minaccia immediata alla pace interna” della Germania, ha affermato lunedì scorso Alexander Gauland, che assieme ad Alice Weidel guida la corsa al Bundestag del partito euroscettico. “La dottrina politica dell’Islam non è compatibile con un Paese libero”, ha detto il leader dell’Afd sostenendo che “la violenza ha radici nel Corano”. Parole, queste, che hanno suscitato diverse polemiche, soprattutto dopo il putiferio scoppiato nelle scorse settimane, quando lo stesso Gauland aveva detto di volersi “sbarazzare” della segretaria di Stato all’Immigrazione di origine turca, Aylan Özoguz.

La svolta a destra del partito, del resto, era nell’aria da tempo. Ma si è concretizzata, di fatto, lo scorso aprile a Colonia, quando la linea “moderata” e improntata alla realpolitik di Frauke Petry, leader dell’Afd dall’estate del 2015, è stata messa in minoranza dall’ala più radicale, che fa riferimento al capogruppo del partito in Turingia, Bjorn Hoecke, e allo stesso Gauland. Tant’è che alla vigilia del congresso del partito la Petry, incinta del suo quinto figlio, fece un passo indietro rinunciando alla sua candidatura per la cancelleria. Al suo posto il duo Gauland-Weidel che, durante tutta la campagna elettorale, non ha perso occasione per far parlare di sé.

Una vera e propria bufera si è scatenata, infatti, nelle scorse settimane quando il politico tedesco ha tentato di riabilitare le gesta della Whermacht durante un comizio. “Basta rimproverarci per quei dodici anni – ha detto Gauland riferendosi, chiaramente, al regime nazionalsocialista – dobbiamo essere fieri del nostro esercito“. Nell’occhio del ciclone, in questi giorni, è finita anche Alice Weidel, per una mail del 2013, pubblicata dall’edizione domenicale del quotidiano Die Welt, in cui definiva “maiali” i componenti del governo della cancelliera, Angela Merkel, e in cui si riferiva a “rom ed arabi” con termini “razzisti”. La leader trentottenne, ex consulente per Allianz e Goldman Sachs, e capolista del partito nel Baden-Württemberg, però, ha negato tutto, minacciando azioni legali contro il quotidiano.

Lo scontro, insomma, si fa sempre più acceso. Ma sembra essere il partito euroscettico, finora, ad uscire vincente dalle zuffe mediatiche. Molti esperti sono convinti, inoltre, che la crescita del partito nei sondaggi sia legata soprattutto alla eccessiva somiglianza dei programmi dei due principali partiti: la Cdu e l’Spd. I partiti euroscettici sembrano, quindi, destinati a conquistare diversi seggi domenica prossima. Non solo per il probabile ingresso dell’Afd, ma anche con il possibile ritorno al Bundestag dei liberali dell’Fdp, che nel 2013 non superarono la soglia del 5%, restando fuori dal Parlamento e che rifiutano i progetti di maggiore integrazione tra gli Stati dell’Unione. Se questa ondata euroscettica si tradurrà o meno sul piano politico, però, dipenderà dalle alleanze di governo. Alleanze a cui dovrà pensare, con tutta probabilità, il blocco Cdu/Csu guidato da Angela Merkel, visto che la sua formazione è saldamente in testa nei sondaggi con il 36% nelle intenzioni di voto e 13 punti di vantaggio sulla Spd di Martin Schulz, che resta ferma al 23%.

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