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Tutte le relazioni conoscono degli alti e bassi, dei momenti di inscalfibile solidità e altri di acuta incertezza che le segnano per tutta la loro durata. Tali dinamiche non riguardano solo la sfera sentimentale e amicale, ma anche i rapporti istituzionali e politici tra Paesi come è il caso della Germania con la Cina. Il partenariato sino-teutonico è stato un pilastro dell’ordine mondiale neoliberista che ha trovato un suo compimento nel libero scambio tra un’economia avanzata dell’Europa centrale e una potenza in forte ascesa, bisognosa dell’importazione di manufatti industriali e tecnologie. Fino al 2023 e per tutti gli otto anni precedenti, Pechino è stata la principale meta di destinazione delle merci tedesche – automobili e macchine utensili principalmente – per un volume dal valore di 250 miliardi di euro. Ma nel 2024 è suonato un campanello d’allarme per il Dragone. Secondo l’istituto tedesco di statistica Destatis, nei primi tre mesi dell’anno, il più alto valore di esportazioni si è avuto nell’interscambio con Washington, per un ammontare di 63 miliardi, mentre i prodotti giunti oltre la Muraglia sono valsi 60 miliardi (tre miliardi in meno). Tale differenza è senz’altro sintomatica di un quadro internazionale in evoluzione, che vede l’economia cinese arrancare e quella Usa in crescita nonostante la forte inflazione. Ma in realtà altre cause riguardano questo cambio di trend.

La tutela della sovranità economica

Nella prima metà di quest’anno, le importazioni – caratterizzate per lo più da prodotti chimici – da oltre la Muraglia alla Germania sono calate del 12%, mentre l’export tedesco per la Cina è diminuito  dell’1%. Perché Berlino importa così poco da Pechino?  Secondo l’Istituto dell’economia tedesca di Colonia, si tratterebbe principalmente della volontà di non risultare un Paese troppo dipendente da una nazione invisa a buona parte dei partner occidentali a causa delle tensioni geopolitiche. Non è un caso che il cancelliere Olaf Scholz il 20 agosto, al fianco di Ursula von der Leyen, abbia inaugurato a Dresda un impianto per la produzione di microchip e semiconduttori con il coinvolgimento della Taiwan Semiconductor Manifacturing Company (TSMC) – azienda taiwanese tra le prime al mondo nel settore – e che renderebbe la Germania e l’Europa meno soggette all’importazione di tali prodotti dalla Cina. L’evento ha fatto fare indigestione a Pechino, che legge tra le righe una legittimazione dell’isola che da sempre considera una provincia ribelle, soprattutto dopo che, poco tempo fa, esponenti delle istituzioni tedesche vi si sono recati in visita ufficiale.

Non è la prima volta che Berlino indispettisce i cinesi: nell’autunno del 2022, la compagnia di navigazione statale China Ocean Shipping Company (Cosco) era intenzionata ad acquistare uno dei quattro terminal del porto di Amburgo. L’ipotesi in un primo momento aveva visto il parere favorevole del governo ma gran parte dell’opinione pubblica si schierò contro, innescando un dibattito sulla dipendenza dalla Cina. Alla fine si concesse alla Cosco di possedere solo il 24,9% delle azioni del terminal più piccolo.  

Ancora più significativo è l’episodio riguardante le aziende Elmos ed ERS Electronic, entrambe produttrici di semiconduttori utilizzati per lo più nel settore automobilistico, per le quali il governo di Scholz ha vietato la vendita alla Sai Microelectronics di proprietà di investitori cinesi. Il ministro dell’economia, Robert Habeck, per giustificare la decisione dell’esecutivo disse: “Nel campo dei semiconduttori è particolarmente importante per noi proteggere la sovranità tecnologica ed economica della Germania e dell’Europa”.

Un piede in due scarpe

Se nella sfera economica la Germania è intenzionata a tutelare i suoi interessi nazionali, non dimentica facilmente gli anni in cui sopravvisse alla crisi del 2008 anche grazie alla Cina. E per preservare il legame ricorre a una delle arti più raffinate, la diplomazia, nel tentativo di tenere il piede in due scarpe. Alti funzionari del governo e della pubblica amministrazione si sono affrettati per rassicurare le controparti cinesi in merito all’affaire TSMC come riportato da Politico: “La Germania ha fatto davvero del suo meglio per mantenere questo investimento di Dresda il più possibile imprenditoriale e non politico”.

A remare contro la salvaguardia del rapporto privilegiato con Pechino, però, c’è la guerra commerciale tra gli Usa e il Dragone – con il coinvolgimento diretto e indiretto degli alleati dei primi – e il focolaio del conflitto in Ucraina che acuisce le divaricazioni tra l’Occidente e Paesi vicini alla Russia come la Cina. Non a caso, la Commissione europea ha annunciato a luglio l’applicazione di dazi doganali all’importazione di veicoli elettrici cinesi che hanno indisposto gli umori a Pechino dove il tutto è stato etichettato come “approccio protezionistico”. In questa partita, la Germania – insieme ad alcune nazioni dell’Europa dell’Est – ha biasimato le misure tariffarie in rotta di collisione con la Francia che, più di ogni altro, ha voluto issare la bandiera del protezionismo. Il portavoce di Scholz ha prontamente minimizzato i rischi legati ai veicoli elettrici asserendo: “Non abbiamo bisogno di altri ostacoli nel commercio”. L’indulgenza dei tedeschi sulla questione non è limitata alla sola tutela dei principi del libero mercato, ma anche agli interessi della sua industria automobilistica, facendo eco ai dirigenti di Volkswagen, Mercedes e Bmw che hanno lanciato un appello all’Unione Europea chiedendo di non applicare i dazi, considerando che il mercato cinese assorbe gran parte delle loro esportazioni. 

Dato il contesto, la Germania si trova a fare l’equilibrista tra due sponde nel tentativo di rimanere sul filo del rasoio nonostante i venti delle burrasche commerciali e belliche nel mondo soffino forti. Non può voltare le spalle agli alleati d’oltreoceano, ma neanche al Dragone che le somministra dosi di ossigeno per l’economia. Dunque Pechino pare proprio essere il “partner, concorrente e rivale sistemico”- definizione data dal governo teutonico nel documento Strategy on China – che, a seconda delle circostanze, riceverà carezze o ceffoni da Berlino.

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