Doveva essere il giorno dell’insediamento di un Governo ambizioso per rilanciare la Germania in Europa e, nei suoi proclami, l’Europa nel mondo, ma anche di un esecutivo la cui nascita ha prodotto tensioni e imposto compromessi difficili tra i partner, l‘Unione Cristiano Democratica (Cdu) e il Partito Socialdemocratico (Spd): ma sono serviti due voti di conferma alla nomina di Friedrich Merz alla cancelleria federale di Berlino, oggi mancavano i voti. In mattinata Merz ha ottenuto 310 voti su 621 al Bundestag, 18 in meno della somma di Cdu e Spd, 6 in meno della maggioranza necessaria. “È una sconfitta amara. Anche se venisse eletto al secondo o al terzo turno, un’ombra incombe sull’inizio del suo mandato di cancelliere”, notava in mattinata Der Spiegel. Al pomeriggio il via libera: 325 si. L’esecutivo di svolta nasce zoppo.
La sfida del Governo Merz
Il 70enne ex rivale di Angela Merkel ed ex manager di BlackRock è giunto ad essere il decimo cancelliere del Paese dal 1949 ad oggi, il sesto cristiano-democratico. Il voto di oggi sembra mettere in difficoltà la spinta dell’ex finanziere a raccogliere l’eredita da Olaf Scholz un contesto difficile. A cui il governo Cdu-Spd intende reagire con una svolta epocale nella politica economica ed estera: più debito, più investimenti, più ambizione per rispondere al triplice shock vissuto dalla Germania negli ultimi anni.
La fine della relazione ombelicare con la Russia e dello scambio tra energia di Mosca e beni di Berlino, l’emersione di una Cina non più subfornitrice ma concorrente strategico in molti settori-chiave della manifattura tedesca (dall’automobile alla chimica) e, da ultimo, la messa in discussione della garanzia di sicurezza americana in termini di Difesa e tutela geopolitica hanno plasmato una situazione critica.
La Germania, issatasi come “potenza pacifica” al rango di gigante economico-industriale e sul podio dei grandi esportatori manifatturieri del pianeta da tempo dopo Cina e Usa, con il governo Scholz ha vissuto una crisi d’identità. A cui ora Merz vuole dare una risposta: la strada scelta è quella della messa in discussione delle certezze del sistema-Paese. La rigorista Cdu accetta di aprire alla spesa di 500 miliardi in infrastrutture, tecnologie green e reti energetiche per rilanciare l’economia e di attivare la clausola di salvaguardia europea per creare un fondo per la Difesa da 500 miliardi; la Spd di sinistra apre a politiche più dure sui migranti e al taglio delle tasse alle imprese pur di mantenersi al governo come successo per 22 anni su 26 dal 1999 a oggi, spesso come junior partner dei cristiano-democratici.
E così sarebbe dovuto nascere un esecutivo di grande ambizione e, come detto, altrettanto grandi contraddizioni che erano palesi a tutti prima del voto. Merz, a lungo il falco filo-americano per eccellenza nella Cdu, si presenta come l’anti-Donald Trump e perora la “totale indipendenza” dagli Usa su difesa e sicurezza; l’ex fautore del rigore contabile intende ricoprire d’oro Rheinmetall, Kmw e altri colossi in nome del riarmo; il leader che ha flirtato con l’ultradestra di Afd su migranti e sicurezza trova un patto con la Spd.
Un Governo articolato
Merz ha marcato con nomine molto forti il suo Governo “Il suo ministro dell’Economia, l’ex amministratore delegato dell’energia Katherina Reiche, non è nemmeno in Parlamento, ma potrebbe avere qualche nozione su come far funzionare le cose in termini di reindustrializzazione, mentre il suo ministro degli Esteri Johann Wadephul è stato molto chiaro sull’Ucraina” ed è un fautore dell’invio dei missili Taurus, nota Politico.eu, aggiungendo che in quota Spd ” Ministero della Difesa rimane Boris Pistorius che, durante gli anni difficili del cancelliere uscente Olaf Scholz, è stato tra i pochi a comprendere la necessità della Germania di forze armate adeguate”.
La Spd unisce i “duri” come Pistorius agli esponenti dell’ala più progressista interna come il co-leader Lars Klingbeil, nominato vicecancelliere e ministro delle Finanze per consolidare la svolta pro-investimenti. Sarà un esecutivo che nascerà con un convitato di pietra alle spalle, la destra di Afd, etichettata dal servizio segreto interno come formazione estremista in un procedimento che ha fatto discutere e diviso l’opinione pubblica. La realtà dice che il processo di nascita del governo Merz ha drenato consensi ai due partiti che l’hanno costituito e portato Afd a giocarsi il primo posto nei sondaggi con la Cdu. Questo può aver pesato, non poco, nella votazione.
Sfida totale a Afd
Per Merz Afd era a inizio anno un partito con cui dei giochi di sponda erano possibili. Poi, nota Politico.eu, ” l’intera visione del mondo di Merz – e il suo approccio agli elettori – si sono capovolti a metà della sua campagna elettorale”. Una svolta che fu “il risultato del famigerato discorso del vicepresidente statunitense J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: fu la prima volta in cui l’Europa comprese che gli Stati Uniti non solo non erano più il suo protettore, ma che potevano addirittura essere un avversario”. Afd è stata temuta da Scholz come potenziale quinta colonna russa.
Per Merz, la vicinanza della leader Alice Weidel a figure come lo stesso Vance e Elon Musk la rendono una quinta colonna americana con cui confrontarsi direttamente. Lo spauracchio sovranista resterà perennemente incombente su un governo che ancora prima di nascere deve riconquistare a sé molti dei sostenitori dei partiti che lo formeranno. Non sarà facile. Forse sarà l’ultimo treno per la Germania per adottare un modello politico e di sviluppo all’altezza del XXI secolo. Dopo, ci potrà essere un territorio inesplorato. Per la Germania, chiaramente, ma anche, se non soprattutto, per l’Europa. E il voto di oggi lo conferma: sarà difficile mettere in campo un processo ritenuto innaturale da molti elettori. Ma che da molti in Germania è vista come l’ultima carta del Paese prima dell’esplosione definitiva della destra radicale.

