La visita del cancelliere tedesco Friedrich Merz ad Ankara e il successivo vertice della NATO hanno confermato un dato geopolitico ormai evidente: per Berlino la Turchia non è più soltanto un alleato difficile, ma un partner strategico storico e al momento indispensabile. Pur mantenendo divergenze sui diritti umani, sullo Stato di diritto e sulla politica interna turca, la Germania riconosce ad Ankara un ruolo centrale nella sicurezza europea, nella guerra in Ucraina, nella gestione dei flussi migratori e negli equilibri del Mediterraneo orientale. Dietro le periodiche tensioni politiche emerge così una convergenza strutturale di interessi che va ben oltre la retorica dei valori europei
Il significato politico di questo atteggiamento è più profondo di una semplice dichiarazione diplomatica. La Germania considera la Turchia un Paese con cui è necessario cooperare perché occupa una posizione geografica e strategica che nessun altro Stato europeo può sostituire: controlla gli Stretti, influenza il Mar Nero, mantiene rapporti con Mosca e Kiev, è un attore fondamentale nel Medio Oriente e rappresenta il principale argine europeo lungo la rotta migratoria orientale.
La relazione tra Berlino e Ankara è quindi caratterizzata da una contraddizione apparente. Da una parte la Germania critica apertamente la Turchia per la situazione dei diritti umani, per il funzionamento delle istituzioni democratiche, per l’indipendenza della magistratura e per la concentrazione del potere nelle mani del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Dall’altra parte, quando si analizzano gli interessi strutturali dei due Paesi, emerge una notevole convergenza. La distanza appartiene soprattutto alla dimensione politica sovrastrutturale; la cooperazione appartiene alla dimensione strategica.
Il “valore” della Turchia
La politica estera tedesca raramente segue una logica ideologica pura. Berlino tende tradizionalmente a privilegiare la stabilità, i rapporti economici e la capacità di mantenere aperti canali di comunicazione anche con partner difficili. La Turchia rappresenta esattamente questo tipo di interlocutore. È un alleato NATO, ma allo stesso tempo mantiene un’autonomia diplomatica che le permette di dialogare con attori con cui molti Paesi occidentali hanno rapporti limitati. Questa ambiguità, che spesso viene vista in Europa come un problema, per Berlino costituisce anche un valore.
Durante la guerra in Ucraina, Ankara ha dimostrato di poter svolgere una funzione che altri membri della NATO non sono in grado di esercitare: essere contemporaneamente parte del sistema occidentale e mantenere un canale aperto con Mosca. Per la Germania, impegnata nella ricostruzione della propria politica di sicurezza dopo decenni di dipendenza energetica dalla Russia, questo elemento assume un’importanza crescente.
Il vecchio modello tedesco fondato sull’energia russa a basso costo e sull’esportazione industriale verso la Cina è entrato in crisi. La rottura con Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina e la crescente competizione cinese nei settori industriali hanno costretto Berlino a ripensare il proprio ruolo geopolitico. In questo nuovo scenario la Turchia acquista valore come piattaforma economica, energetica e strategica vicina all’Europa.
La vicinanza tra Berlino e Ankara non nasce con l’attuale fase geopolitica, ma affonda le radici nella storia. Durante la Prima guerra mondiale, l’Impero tedesco e l’Impero ottomano combatterono fianco a fianco all’interno degli Imperi Centrali. Nel corso della Seconda guerra mondiale, la Germania nazista cercò a più riprese di attirare la Turchia nell’Asse, prospettando anche compensazioni territoriali a danno della Grecia, pur senza riuscire a convincere Ankara ad abbandonare la propria neutralità. Solo nel febbraio 1945, quando l’esito del conflitto era ormai segnato, la Turchia dichiarò formalmente guerra alla Germania e al Giappone, soprattutto per poter partecipare alla futura architettura internazionale delineata dagli Alleati. Nel dopoguerra, pur mantenendo solidi rapporti economici e politici sia con Atene sia con Ankara, la Germania ha progressivamente attribuito alla Turchia un peso strategico superiore, considerandola un interlocutore imprescindibile per la sicurezza europea, la NATO, il controllo dei flussi migratori e gli equilibri del Mediterraneo orientale.
Dietro la geopolitica, una realtà economica molto concreta
La Germania è da decenni il principale partner commerciale europeo della Turchia. Gli scambi bilaterali si collocano intorno ai 50-55 miliardi annui, mentre gli investimenti tedeschi nel Paese hanno raggiunto diversi miliardi di dollari negli ultimi decenni. Per Berlino la Turchia non è soltanto un alleato militare: è un mercato importante, una base produttiva vicina ai confini europei e un nodo delle catene industriali globali. Numerose aziende tedesche hanno una presenza consolidata in territorio turco, sfruttando una combinazione di posizione geografica, capacità manifatturiera e collegamento con il mercato europeo.
La relazione economica crea quindi una forma di interdipendenza. La Germania ha interesse a mantenere stabile la Turchia e integrata nel sistema occidentale; Ankara ha interesse a preservare il legame con la principale potenza economica europea.
Un altro elemento centrale: le migrazioni
Dopo la crisi del 2015, Berlino ha compreso che la gestione dei flussi verso l’Europa dipende in larga misura dalla cooperazione con Ankara. La Turchia ospita milioni di rifugiati, soprattutto siriani, e rappresenta il principale punto di controllo della rotta orientale verso l’Unione Europea. Per la Germania, che negli ultimi anni ha visto crescere il dibattito interno sull’immigrazione, il rapporto con Ankara non è soltanto una questione di politica estera, ma anche di stabilità interna.
Anche la presenza della comunità turca in Germania contribuisce a rendere particolare questa relazione. Le persone di origine turca residenti nel Paese sono stimate in circa tre milioni, anche se il numero varia secondo i criteri utilizzati. Questa comunità rappresenta una risorsa economica e culturale, ma anche un terreno dove Berlino osserva con attenzione il possibile esercizio di influenza politica da parte di Ankara. Il ruolo della Diyanet, l’ente religioso turco, e la questione degli imam inviati dalla Turchia sono stati più volte oggetto di discussione nella politica tedesca.
Un sostegno non illimitato
Le differenze tra Berlino e Ankara emergono con particolare evidenza anche nella gestione dell’immigrazione e dei processi di integrazione. Berlino accolse, soprattutto durante la crisi del 2015-2016 sotto il governo Merkel, circa un milione di rifugiati siriani, una scelta che modificò profondamente il dibattito politico tedesco. Tuttavia, l’integrazione continua a presentare limiti strutturali. Pur beneficiando di salari e livelli di Welfare nettamente superiori rispetto a quelli disponibili in Turchia, molti immigrati faticano a sviluppare un pieno senso di appartenenza alla società tedesca. La Germania, tradizionalmente concepita come Kulturnation piuttosto che come classico Paese d’immigrazione, incontra ancora difficoltà nel trasformare l’integrazione economica in assimilazione culturale. A ciò si aggiungono una crescente segmentazione del mercato del lavoro e una minore capacità delle grandi organizzazioni sindacali di intercettare il lavoro immigrato, fenomeni che possono favorire la permanenza di reti comunitarie chiuse e rafforzare il legame con le identità d’origine piuttosto che con quella nazionale tedesca. Al contrario, la Turchia, pur con risorse economiche molto inferiori e ospitando milioni di rifugiati siriani e dai Paesi turcofoni, tende a perseguire un modello più assimilazionista, nel quale lo Stato cerca di ricondurre le diverse comunità entro una comune identità nazionale turca agganciandosi anche alle correnti ideologiche neottomane panturche e panislamiche.
L’apertura tedesca verso la Turchia non significa però un sostegno illimitato alla politica regionale di Erdoğan. Berlino ha interesse affinché Ankara rimanga un attore occidentale, anche quando persegue una politica autonoma nel Mediterraneo orientale, in Siria o nel Caucaso. La Germania può accettare una maggiore influenza turca nella regione purché questa non trasformi la Turchia in un antagonista dell’Occidente.
Il punto più delicato riguarda il rapporto con Israele. Nonostante le tensioni provocate dalle posizioni turche sulla guerra di Gaza e sul governo israeliano, Berlino considera il rapporto con Israele una componente fondamentale della propria politica estera. Per questo motivo l’espansione regionale turca viene osservata con attenzione: Ankara può essere un partner strategico, ma non deve arrivare a una rottura irreversibile con l’architettura occidentale.
La rivalità con la Francia
La convergenza tedesco-turca ha inevitabilmente conseguenze sulla posizione francese e greca nel Mediterraneo orientale. Parigi ha costruito negli ultimi anni un rapporto privilegiato con Atene, attraverso cooperazione militare, accordi industriali e una presenza più marcata nel Mediterraneo. La Francia vede nella Grecia un partner europeo più prevedibile e un punto di equilibrio rispetto alla crescente autonomia turca.
La differenza tra Berlino e Parigi non riguarda però la necessità di mantenere relazioni con Ankara o Atene. Nessuna delle due capitali vuole una rottura totale con uno dei due attori. La divergenza riguarda la valutazione strategica. Berlino considera la Turchia un Paese indispensabile da ancorare all’Europa. Parigi considera la Grecia un elemento indispensabile per bilanciare la Turchia. Due strategie diverse per affrontare lo stesso problema: come gestire una regione nella quale nessun grande Paese europeo può permettersi di essere assente.
Il rapporto Germania-Turchia dimostra una dinamica tipica della geopolitica contemporanea: gli interessi strutturali spesso prevalgono sulle divisioni ideologiche. Le critiche tedesche alla politica interna turca continueranno probabilmente a esistere. Ma difficilmente porteranno a una rottura perché Berlino considera Ankara troppo importante sul piano della sicurezza, dell’economia e della gestione dei flussi migratori. La questione fondamentale per l’Europa non è quindi scegliere tra Turchia e Grecia, tra Ankara e Atene. La questione è costruire un equilibrio nel quale la Turchia rimanga abbastanza vicina all’Occidente da essere un partner, ma non così autonoma da diventare un fattore di instabilità.
La Germania sembra aver scelto questa strada: non trasformare Ankara in un alleato ideologico, ma mantenerla come un alleato strategico. Ed è proprio questa distinzione che spiega perché, dietro le dispute sui valori e sulla democrazia, il rapporto tra Berlino e Ankara continua a rafforzarsi.
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