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Germania e Stati Uniti avrebbero trovato un accordo per porre fine alla controversia generata dalla costruzione del gasdotto della discordia: il tanto discusso Nord Stream 2. La notizia era nell’aria da tempo, perché le due diplomazie avevano sveltito i lavori al tavolo negoziale nell’immediato dopo-Trump, e, se effettivamente confermata – perché trattasi, invero, di un’indiscrezione proveniente da Bloomberg –, rappresenterebbe l’epilogo di una lunga storia cominciata esattamente dieci anni or sono.

La bozza dell’accordo

L’intesa anticipata da Bloomberg sarebbe stata formulata con il duplice obiettivo di contentare le parti direttamente coinvolte nel NS2, ovvero Germania e Russia, e di soddisfare le esigenze di sicurezza del patrono del Vecchio Continente, cioè gli Stati Uniti. Curiosamente, ma non sorprendentemente, l’indiscrezione filtra nella stampa che conta a pochi giorni di distanza dal vertice Biden-Merkel alla Casa Bianca, durante il quale il presidente degli Stati Uniti, prendendo pubblicamente atto dell’inutilità delle sanzioni e dei cantieri quasi ultimati, aveva lasciato presagire un possibile accordo.

E quell’accordo, secondo quanto appreso da Bloomberg, consentirebbe alla Germania di tornare a respirare (definitivamente) – fine delle sanzioni al NS2 e del supporto americano alle pressioni provenienti da Baltici, Polonia e Romania – in cambio della promessa di investimenti (consistenti) nel settore energetico dell’Ucraina – bisognevole di supporto diplomatico per continuare a ricevere le tasse di transito da Gazprom, che valgono circa due miliardi di dollari l’anno, e di aiuto economico e tecnico per concretare una transizione verde funzionale all’emancipazione energetica dalla Russia. A quest’ultimo proposito, sembra che Berlino abbia acconsentito ad un investimento iniziale di 175 milioni di dollari nel fondo ucraino per la rivoluzione verde e ad un’ulteriore iniezione di 70 milioni di dollari per lanciare un ufficio dedicato allo sviluppo delle relazioni energetiche con Kiev.

Per quanto riguarda Washington, che scommette su quest’intesa ragionevole per chiudere un capitolo della guerra fredda 2.0 la cui rilevanza è andata scemando nel corso del tempo – perché i lavori avevano superato la soglia della boicottabilità e i fronti veri, ad ogni modo, sono altri –, si riserverebbe il diritto di applicare sanzioni in presenza di comportamenti aggressivi da parte di Mosca nei confronti di Kiev. La Germania, similmente, si impegnerebbe ad “intraprendere delle azioni nazionali” a tutela della sicurezza e della sovranità dell’Ucraina, tra le quali “pressioni per misure a livello di Unione Europea” e “sanzioni per limitare le esportazioni energetiche della Russia”.

Felici e scontenti

L’intesa tra Germania e Stati Uniti, di cui Bloomberg ha ottenuto una bozza e si attendono conferme ufficiali, renderebbe qualcheduno felice e molti scontenti, ed il suo contenuto era tanto pronosticabile – riflette una proposta partorita dalla diplomazia berlinese ad agosto dello scorso anno – quanto inevitabile era una fine della controversia in stile guerra degli elefanti – l’erba schiacciata, in questo caso, sono gli avamposti della russofobia politica dell’Europa postcomunista, dalla Polonia all’Ucraina, che sono e restano dei veri e propri agnelli sacrificali e sacrificabili quando le circostanze lo richiedono.

I felici sono la Germania, che vince una battaglia fondamentale in materia di sicurezza energetica e di diritto esclusivo ad una semi-autonomia strategica che non ha eguali in Europa – con le eccezioni di Francia e della ribelle Ungheria –, la Russia, che può continuare a difendere il proprio status di dominanza nell’euromercato del gas naturale – duramente attaccato da Barack Obama e Donald Trump –, e gli Stati Uniti, che scaricano sulla locomotiva d’Europa gli oneri e le responsabilità del mantenimento in sicurezza dell’Ucraina.

Gli scontenti sono innumerevoli, a partire dall’Ucraina – prima abbandonata nel corso della crisi tra Donbass e Mar Nero e dopo messa da parte in sede di negoziazione della pace fredda tra Stati Uniti e Russia – per poi giungere alla famiglia polacco-baltica – oppositrice del NS2 sin dai primordi – e a quelle forze nonstatuali che sono i partiti occidentali di ispirazione liberal-progressista – che nel Cremlino vedono più un nemico esistenziale da contenere sempre e comunque che un rivale con cui scendere a patti quando e dove possibile –, tra le quali lo stesso Partito Democratico a cui appartiene Biden, dove la bloombergata ha suscitato parecchi malumori.

Un accordo prevedibile e inevitabile, dunque, nonostante le opinioni contrarie degli ultimi anni e degli ultimi mesi. Opinioni legittime che, però, come avevamo preannunciato nei mesi scorsi, non tenevano conto del fattore più importante: l’impossibilità di fermare un gasdotto virtualmente completato agitando lo spauracchio delle sanzioni. Non un gasdotto qualunque, tra l’altro, come l’assassinabile South Stream, ma il Nord Stream 2, il gasdotto del destino – il destino di GeRussia.