L’assemblea generale delle Nazioni Unite, del 23 e 24 settembre scorso, ha rappresentato un momento importante nei rapporti tra Stati Uniti e Germania da quasi 75 anni a questa parte. La cancelliera tedesco Angela Merkel, presente come gli altri capi di Stato e di Governo, non ha avuto nessun incontro bilaterale con il presidente statunitense Donald Trump, bissando quanto già avvenuto lo scorso maggio nel corso della sua ultima visita oltreoceano. L’unico vertice di alto livello tenuto tra Germania e Stati Uniti ultimamente è stato l’incontro tra il segretario alla Difesa Mark Esper e il ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer, ovvero quella che presumibilmente succederà alla Merkel alla guida della Cdu. Il tema della difesa è uno dei punti di maggior attrito tra Stati Uniti e Germania, ma non è l’unico poiché contribuiscono anche le vedute differenti sui rapporti economici con Cina e Russia, oltre che sulle politiche commerciali, estere e migratorie.

Le questioni militari

Il principale problema però per la Germania è la dipendenza economica e strategica dagli Stati Uniti che ricoprono il ruolo di principale importatore e secondo partner commerciale, ma che soprattutto assicurano la sicurezza dell’Europa tramite la Nato e le basi dell’esercito e dell’aeronautica presenti in territorio tedesco. Una centralità nei rapporti che è figlia della Guerra fredda, quando la Germania (Ovest, ndr) era uno dei punti di contatto con la parte sovietica dell’Europa. Il crollo dell’Urss e lo spostamento a Oriente del confine tra Nato e Russia ha fatto sì che la Germania perdesse in parte la sua centralità e gli Stati Uniti, specialmente nel corso dell’amministrazione Trump, hanno iniziato a preferire un rapporto strategico con la Polonia. Tra le cause di questo “spostamento” vi è anche la questione del mancato raggiungimento del 2% del Pil per le spese della difesa da parte della Germania (e non solo) che ha portato Trump, in più occasioni, a minacciare il ritiro delle truppe statunitensi dall’Europa. Minacce che è in pratica impossibile che diventeranno una realtà soprattutto perché ciò potrebbe provocare la fine della Nato, la quale resta uno strumento essenziale per gli Stati Uniti per assicurare la sicurezza dell’Atlantico e per influenzare le scelte di politica estera e militare. Uno dei diversi motivi per cui nonostante le minacce di Trump è impensabile che le forze Usa siano ritirate dall’Europa, una delle ragioni che spinge molti Paesi europei a non eccedere nelle spese militari e a non preoccuparsi di questa eventualità.

Le pericolose divergenze in politica estera

A contribuire ai dissidi tra Berlino e Washington ci sono anche le questioni di politica estera, specialmente per l’atteggiamento del governo tedesco nei confronti della Russia, della Cina e dell’Iran. Per la Germania, infatti, la Russia è sempre stata un partner economico-commerciale rilevante essendo un ottimo mercato di sbocco per i prodotti industriali, ma soprattutto perché da Mosca arrivano molte delle forniture di gas necessarie per soddisfare il fabbisogno energetico tedesco. Verso la Cina, invece, il governo Merkel ha fatto delle sostanziali aperture per investimenti di Pechino in Germania, ma non solo perché le forze armate tedesche hanno svolto anche un’esercitazione congiunta con quelle cinesi. Questo, ovviamente, non significa un disallineamento dalla Nato, ma non ha provocato una reazione positiva a Washington che vede nel possibile sodalizio sino-tedesco un rischio e un pericolo per la stabilità europea. Ad incrementare le tensioni tra Stati Uniti e Germania vi sono anche le differenti vedute sul Medio Oriente e sull’Iran, culminate nel secco rifiuto tedesco a inviare truppe in Siria e ad incrementare le sanzioni contro il governo di Teheran.

La spinta europeista

In questo contesto si inserisce anche il nuovo impulso europeista dato dalla Merkel e dal presidente francese Emmanuel Macron, i quali con la sigla del Trattato di Aquisgrana, il 22 gennaio scorso, hanno gettato le basi per aumentare la cooperazione industriale in ambito militare con lo scopo di arrivare, in futuro, a una difesa comune europea. Una strada complicata da percorre a causa delle divisioni politiche ed economiche tra i Paesi dell’Unione europa, ma che se dovesse essere intrapresa con decisione da Bruxelles potrebbe provocare una reazione degli Stati Uniti, da sempre favorevoli a un’integrazione europea “limitata” per non perdere l’influenza sul Vecchio Continente. Difficilmente il Trattato di Aquisgrana avrà una forte ripercussione sulle politiche europee in tema di difesa, un esempio su tutti sono i programmi per l’aereo da combattimento di sesta generazione che vede, al momento, da una parte la Francia, la Germania e la Spagna e dall’altra l’Italia e la Svezia, che hanno preferito mantenere la tradizionale partnership aerospaziale con il Regno Unito. Inoltre, c’è anche la volontà di Polonia, Romania, Bulgaria e dei Paesi Baltici a rafforzare la presenza statunitense sui loro territori poiché nell’Europa orientale è forte il timore di subire un’aggressione da parte della Russia.

Nonostante i dissidi molto probabilmente la situazione in Europa rimarrà immutata ancora a lungo, con il territorio tedesco che rimarrà centrale nella pianificazione strategica statunitense per impedire una modifica sostanziale degli equilibri geopolitici europei. Gli Stati Uniti faranno di tutto per difendere i loro interessi e gli alleati della Nato, ma soprattutto tenteranno in ogni modo di evitare l’aumento della presenza cinese in Europa. Le divergenze di vedute in politica estera e militare tra Stati Uniti e Germania rischiano di avvantaggiare la Cina che è fortemente interessata a “entrare” nel Vecchio Continente, ma al tempo stesso potrebbero provocare una frattura anche tra i Paesi storicamente atlantisti e quelli più “europeisti”.