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Ritorno dello sviluppo, più sicurezza economica e sociale, maggior indipendenza dagli Stati Uniti, autonomia in campo militare e di politica estera: Friederich Merz ha prospettato un’agenda ambiziosa per la Germania e l’Europa dopo la vittoria dell’Unione Cdu-Csu al voto tedesco di domenica. Ma tra il dire e il fare c’è un mare molto ampio. A partire dalla costituzione del Governo di coalizione con il Partito socialdemocratico (Spd) del cancelliere uscente Olaf Scholz: la Cdu e la Spd intendono riformare la Grande Coalizione già proposta per dodici dei sedici anni di governo di Angela Merkel tra il 2005 e il 2021. Ma le condizioni politiche sono notevolmente mutate rispetto al passato.

Verso la nuova grande coalizione

Nel 2013, le elezioni per il Bundestag presentavano una sommatoria dei voti di popolari e socialdemocratici pari al 67% dei consensi. Ora siamo al 45%, minimo storico. Per la Spd il 16,4% di domenica è il peggior risultato di sempre al voto per il Bundestag. E anche Merz sorride ma non può non tener conto del fatto che anche il 28,5% con cui l’Unione Cdu-Csu ha vinto le elezioni ha rappresentato il secondo peggior dato di sempre per i cristiano-democratici dopo il 22,3% del 2021.

Ormai c’è una quota di votanti in cui si possono sommare, a destra, Alternative fur Deutschland (20,8%) e a sinistra la Linke (poco sotto il 9%) e Bsw (poco sotto il 5%) che vota esplicitamente contro il sistema bipartitico tradizionale. E a tali pulsioni, innanzitutto, l’esecutivo Cdu-Spd dovrà rispondere. Innanzitutto perché quell’elettorato è maggioranza assoluta nei Lander dell’Est, i più colpiti dalla crisi industriale ed energetica, dalle disuguaglianze interne e dalle crisi geopolitiche, prima fra tutte la rottura con la Russia e le conseguenze della guerra in Ucraina.

Merz propone un’ambiziosa agenda di riforma europea. Intende mettere a terra un rilancio delle politiche di riarmo, il ritorno al nucleare, una politica industriale fondata sulla neutralità tecnologica e il ripensamento delle politiche green, una crescita fondata sulla produzione. Questo apre due considerazioni.

Merz e le contraddizioni sull’Europa da cambiare

La cura potrebbe essere quella giusta, ma la diagnosi deve tenere conto del fatto che le problematiche sono quelle emerse per la guida tedesca ed europea di due storiche esponenti della Cdu: la cancelliera Merkel e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Merz si pone in forma antitetica alle due esponenti popolari, ma il tema rimane. E del resto l’asse Cdu-Spd riprende la Grande Coalizione europea e non può non tener conto del disagio profondo espresso da una parte di Paese oi fare come spesso hanno fatto i leader di Bruxelles derubricando a episodio, con il conforto illusorio dei numeri parlamentari, la rivolta elettorale delle periferie del Vecchio Continente.

Stesso discorso si pone sul tema della presunta volontà di Merz di acquisire “indipendenza dagli Usa”. Detta da un ex alto manager di BlackRock, come ha fatto notare il consigliere scientifico di Limes Alessandro Aresu su X, questa proposta appare indubbiamente curiosa.

E ancor più curioso è il fatto che a chiedere autonomia sia un leader che ha sempre chiuso a ogni politica comune per rafforzare l’economia e il coordinamento strategico nel Vecchio Continente: celebre la netta chiusura al debito europeo proposto da Mario Draghi a settembre. Del resto su molti dossier, dall’immigrazione all’austerità, la Cdu si è spostata su posizioni più oltranziste al fine di evitare la fuga di consensi verso l’estrema destra di Afd. Merz ha fatto campagna prospettando meno, non più Europa, su molti fronti chiave senza mai dirlo esplicitamente. Ora si rilancia come leader europeo a tutto campo e come alternativa a Donald Trump per la leadership occidentale. Sulla fattibilità di questa prospettiva è logico porre dubbi. Al cancelliere in pectore onore e onere di smentirci coi fatti.

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