L’elettorato nero inizia a provare disaffezione per Joe Biden nel decisivo Stato della Georgia a meno di sei mesi dalle elezioni presidenziali? Un campanello d’allarme importante per il comandante in capo alla vigilia del rematch del 2020, quando la Georgia, Stato-chiave dell’America profonda del Sud, Dixie e storicamente conservatrice, fu decisiva per la sua elezione.
Biden vinse di meno di 12mila voti e dello 0,23%: 49,47% contro il 49,24% di Trump. A trainarlo la schiacciante maggioranza dell’elettorato nero, ove prevalse 88-11 contro Trump, diventando il primo candidato presidente democratico a conquistare il Peach State dai tempi di Bill Clinton nel 1992. Nella contea di Fulton, in particolare, Biden sfondò il 70% per la prima volta per un candidato dall’ultima elezione di Franklin Delano Roosevelt.
La vittoria in Georgia compensò la sconfitta dem in Florida così come la riconquista dell’ex “Blue Wall” tra Pennsylvania, Winsconsin e Michigan compensò la nuova sconfitta in Ohio, rendendo ininfluente ai fini della corsa alla Casa Bianca la doppietta di Trump nei due swing states storicamente decisivi. Ora rispetto al 2020, ricorda il Financial Times, in Georgia il ruolo decisivo dell’elettorato nero rischia di affievolirsi: secondo i sondaggi più autorevoli “Biden precede Trump con una percentuale del 55-14% tra gli elettori neri in Georgia”, con oltre un 30% di indecisi in più tra coloro che lo sostennero nello Stato nel 2020. Complessivamente in Georgia, “Biden segue Trump di sei punti percentuali, sebbene anche lui fosse indietro in questa fase della corsa nel 2020 e avesse vinto con un’impennata tardiva, secondo la media dei sondaggi di Fivethirtyeight.com”.
Nel 2020 la grande coalizione “tutti contro Trump” ebbe successo perché, nota il Ft, dominavano “i grandi fattori trainanti dell’affluenza dei neri nel 2020 – comprese le ricadute della pandemia e l’indignazione per l’omicidio di George Floyd”. La sinistra radicale, l’elettorato giovanile, le minoranze e le fasce più deboli della popolazione bocciarono in lungo e in largo, negli Usa, l’operato della presidenza Trump aprendo al grande compromesso che portò il centrista moderato Biden al ruolo di presidente. Oggi per molti elettori la scelta migliore è la non scelta, in un gioco in cui un’affluenza in ribasso rispetto al 2020 può favorire lo zoccolo duro dell’elettorato repubblicano. Giocano contro Biden gli stalli della sua amministrazione nell’economia e anche, se non soprattutto, le incertezze sulla guerra a Gaza che per milioni di americani ha logorato l’immagine del presidente come “garante” delle minoranze.
Biden guardava inoltre con attenzione a una quota minoritaria di elettori Repubblicani, quel 13% (78mila voti) che alle primarie del Grand Old Party nello Stato ha sostenuto Nikki Haley, avversaria di Trump. Oggi è arrivato però l’endorsement ufficiale dell’ex ambasciatrice all’Onu a The Donald. Un’altra fonte di preoccupazione per il presidente. Chiamato, in vista del prossimo voto, a cavarsela da solo. Anche laddove nel 2020 era andato a gonfie vele.
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