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In un discorso durato 50 minuti e pronunciato dal terminal di Gnl di proprietà di Sempra Energy, attualmente in costruzione, in Louisiana, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato l’ “America First Energy Policy”, paragonando la rivoluzione energetica statunitense a un nuovo Muro di Berlino pronto a essere abbattuto grazie alla riduzione della dipendenza europea dalla Russia, che ora come vedremo guarda sempre più a Est per piazzare le sue ingenti riserve energetiche. Nei mesi scorsi il Gnl statunitense, trasportato su navi cisterna partite per la maggior parte da Sabine Pass – il terminal al confine tra Texas e Louisiana gestito da Cheniere Energy – è già approdato in Asia, Africa ed Europa. E l’amministrazione Trump punta proprio all’Unione europea con l’ambizioso obiettivo di portare gli Stati Uniti, nei prossimi 5 anni, a diventare il principale fornitore di Gnl del Vecchio Continente. Da luglio 2018 le esportazioni statunitensi di Gnl verso l’UE sono aumentate circa del 270% e a marzo 2019 si è registrato il volume più alto di scambi con oltre 1,4 miliardi di metri cubi. In altre parole l’Europa è stata la principale destinazione del gas liquefatto statunitense nei primi mesi del 2019, prima ancora dell’Asia.

Parlare di “rivoluzione del gas naturale” sembra sempre meno un’esagerazione giornalistica. La fine dell’era del petrolio, con i paesi Opec in grado di fare buono e cattivo tempo con le riserve dei barili in loro possesso, è indubbiamente uno dei temi più interessanti e rilevanti di questi anni. Considerando anche che l’annuncio del famoso disengagement dalla regione mediorientale fatto da Trump è stato possibile innanzitutto perché gli Stati Uniti sono diventati negli ultimi anni produttori ed esportatori sia di gas che di petrolio.

E nel frattempo cosa succede a Mosca? La recente “storia energetica” tra Russia e Cina inizia a maggio 2014, quando Gazprom e la China National Petroleum Corp. (CNPC) hanno firmato un accordo per l’approvvigionamento di gas naturale pari a 400 miliardi di dollari, portando in questo modo la Russia a entrare nella lista cinese degli esportatori di gas con 38 miliardi di metri cubi l’anno di export garantiti. E’ interessante far notare come l’accelerazione delle trattative e il conseguente accordo tra Mosca e Pechino sia arrivato poco dopo l’imposizione delle sanzioni occidentali a danno della Russia per l’annessione della Crimea. Questa coincidenza temporale ci spinge a valutare l’eventualità che l’inasprimento delle relazioni con l’Unione europea possa spingere Mosca a guardare sempre più a Oriente, con il rischio di favorire il consolidamento di un blocco russo-cinese potenzialmente molto pericoloso per gli interessi occidentali e prima di tutto europei.

Ma le forze dell’Alleanza Atlantica non sono le uniche a nutrire qualche timore per la velocità dei progressi cinesi sia a livello diplomatico-politico che più in generale sul piano dei settori strategici quali infrastrutture, tecnologia, reti, la corsa allo spazio: anche la Russia di Vladimir Putin teme la Cina e Unione europea e Stati Uniti potrebbero puntare proprio sulle preoccupazioni russe per riavvicinare Mosca a Bruxelles con l’obiettivo di creare un fronte in grado di gestire l’espansionismo cinese. Per ora le convergenze tra Mosca e Pechino non devono sorprendere: se da un lato la leadership del Cremlino trova un Occidente spesso con un’attitudine belligerante o quantomeno fortemente sospettosa nei confronti delle offerte di collaborazione russe,dall’altro trova un attore con una crescita economica e demografica sorprendente e di fatto potenzialmente molto utile per gli interessi russi. Questo vale sia per gli interscambi commerciali, con cui la Russia spera di rinvigorire la sua economia, sia in chiave di difesa: l’estremo oriente russo è pressoché disabitato e il confine con la Cina preoccupa enormemente Mosca considerando la differenza di concentrazione delle rispettive popolazioni in quell’area (6 milioni di russi contro 100 milioni di cinesi. Fonte: ISPI).

Durante un incontro organizzato ad aprile dall’Istituto Affari Internazionali in collaborazione con la Chinese Academy of Social Sciences (Cass) a cui hanno preso parte il Sottosegretario allo sviluppo economico Michele Geraci e il presidente della Cass, Xie Fuzhan, quest’ultimo ha pronunciato una frase semplice e diretta quanto potente: la Cina non può crescere senza il resto del mondo, ma il mondo non può pensare di crescere senza la Cina.

Queste parole sono un contributo importante per la nostra riflessione sul ruolo della Cina che, per le altre grandi potenze, rappresenta allo stesso tempo una minaccia e una possibilità. Ed è proprio il settore energetico che più di tutti aiuta a inquadrare i grandi giochi di potere per il dominio del nuovo secolo. Come scritto su Limes “oltre al megacontratto per l’approvvigionamento di gas naturale stipulato nel 2014 tra la russa Gazprom e la China National Petroleum Corporation (Cnpc) e la conseguente costruzione del gasdotto Power of Siberia, altri ne vengono firmati, come quelli che permetteranno alla russa Novatek di fornire a Pechino tre milioni di tonnellate di gas naturale liquido e a Rosneft di raddoppiare le forniture di petrolio per l’assetato vicino. Il tutto nel quadro di una strategia orientale che il Cremlino si impone tre anni orsono e che dovrà portare la percentuale delle esportazioni di energia russa verso la regione Asia-Pacifico dall’attuale 6% al 23% entro il 2035.” Se le esportazioni del Power of Siberia verso la Cina partiranno, come previsto, dal dicembre 2019, unendo e di fatto avvicinando i due grandi paesi, da tenere d’occhio per il futuro sono i flussi di gas verso l’Europa. Per ora non c’è un rischio concreto di assistere a uno scenario in cui Mosca non ha più gas da esportare in Ue, ma il punto non è tanto la quantità delle riserve, quanto la tendenza a “fare business” con un mondo piuttosto che un altro, ovvero ad avvicinarsi al mercato asiatico allontanandosi da quello europeo.

Nonostante le controversie con il blocco occidentale siano numerose, sarebbe ingenuo credere che queste bastino a legare strettamente russi e cinesi, considerando quanto i primi temano i secondi. Però negli ultimi anni la velocità del miglioramento delle loro relazioni è stata sotto gli occhi di tutti. Come scritto sul sito dell’ISPI “nel 2012 il governo russo ha creato il Ministero per lo Sviluppo dell’Estremo Oriente; nel 2013 ha adottato il Programma di sviluppo economico e sociale dell’Estremo Oriente; nel 2014 il Parlamento ha approvato una legge sulle Zone Economiche Speciali Avanzate e nel 2015 una legge che concede a Vladivostok (e successivamente ad altri porti del Pacifico) lo status di porto franco con legislazioni speciali e regimi amministrativi e fiscali tra i più favorevoli della regione Asia-Pacifico. Infine la creazione dell’Eastern Economic Forum: l’incontro internazionale annuale nato con l’obiettivo di sviluppare il dialogo e la cooperazione tra Russia e i paesi dell’Asia-Pacifico proprio per far diventare l’Estremo Oriente russo una piattaforma produttiva e logistica per tutta la regione, incentivando progetti produttivi ma anche e soprattutto progetti infrastrutturali, la cui inadeguatezza rappresenta il vero freno allo sviluppo e all’integrazione dell’area.”

In questo avvicinamento a Pechino, Mosca non vede solo grandi opportunità di guadagno, ma anzi e soprattutto una strategia per la difesa degli interessi russi nell’area che, con l’attivismo cinese in Asia centrale e in Europa, rischiano nei prossimi decenni di essere profondamente compromessi. L’annuncio da parte del leader cinese Xi Jinping del progetto Belt and Road sta preoccupando non solo gli Stati Uniti e alcuni paesi europei ma anche la Russia, che sta cercando di comprendere come gestire il progetto per volgerlo a suo vantaggio piuttosto che essere relegata a giocare un ruolo minore nella BRI, perdendo l’influenza finora guadagnata nell’area che la divide dal gigante cinese.

In questa cornice si stringono invece i legami tra Bruxelles e Washington. Il Commissario dell’Ue per l’Energia, Miguel Arias Canete, e il Segretario di Stato Usa per l’Energia, Rick Perry, si sono incontrati i primi giorni di maggio al Council B2B Energy Forum dove hanno sottolineato l’importanza, per l’Unione europea, di avviare progetti infrastrutturali (terminali di rigassificazione) per rendere i paesi europei sempre più in grado di ricevere il Gnl statunitense; e Perry non ha perso quest’occasione per criticare i progetti nel Nord Stream II e del Turkstream che a suo dire non vanno certo nella direzione della diversificazione degli approvvigionamenti richiesta dalla Casa Bianca.

Secondo Trump il ruolo che gli Stati Uniti si stanno ritagliando nel settore dell’energia e in particolare del gas naturale è paragonabile alla caduta del Muro di Berlino. Considerando quanto il mondo sia cambiato dal 1989, questa è una dichiarazione da non inserire nella lista delle “sparate” dell’inquilino della Casa Bianca. Nel 2016, durante una Conferenza tenuta nella prestigiosa università di Harvard, Corey Lewandoski, uno dei primi responsabili della campagna elettorale di Trump, disse: “Il problema dei media è che prendono Trump alla lettera, ma non seriamente. Mentre i cittadini lo prendono seriamente, ma non alla lettera.” Forse è il caso che i leader dell’Unione europea prendano il presidente degli Stati Uniti sia “seriamente” che “alla lettera” quando fa dichiarazioni così rilevanti sul futuro di uno dei settori più strategici per ogni nazione: quello dell’energia. Sarebbe opportuno che Italia ed Ue capiscano che note suonare nel concerto delle grandi potenze: il rischio di trovarsi “fuori tempo” è troppo alto.

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