Quando è ormai sotto gli occhi di tutto il fallimento dell’Unione europea nella corsa ai vaccini anti-Covid, ora anche il Commissario Ue agli Affari economici ed ex premier, Paolo Gentiloni, europeista doc, ammette che qualcosa non ha funzionato. E la colpa è della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen: “Certamente c’è un problema della capacità produttiva di questi vaccini. E’ molto difficile produrre nelle quantità che erano state promesse e noi dobbiamo esigere che queste case farmaceutiche rispettino gli obiettivi che avevano promesso. Forse qui c’è stato anche da parte della Commissione europea una sottovalutazione di quanto queste promesse delle case farmaceutiche avrebbero potuto dimostrarsi non attendibili del tutto” ha dichiarato  Gentiloni in un intervento a Radio Anch’io su Radio1. “Detto questo – ha precisato Gentiloni – è vero noi siamo indietro rispetto a Paesi che hanno cominciato venti giorni prima le vaccinazioni, ossia Stati Uniti e Gran Bretagna ma siamo avanti rispetto a Paesi come Canada, Australia, Giappone, Corea del Sud, Cina e Russia in termini di dosi”.

Gentiloni minimizza ma il flop dell’Ue è un dato di fatto

Peccato che Gentiloni, cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte nel tentativo di di minimizzare il flop dell’Ue sui vaccini, si sia dimenticato di precisare che nei Paesi da lui citati come l’Australia l’emergenza coronavirus sia rientrata o comunque risulterebbe sotto controllo (ieri in tutto il continente si sono registrati appena 8 casi). Il Canada, per citare un altro caso emblematico, su una popolazione di 37,59 milioni di persone, ha registrato ieri “soli” 3.094 casi di Covid.19. Lo stesso dicasi per la Corea del Sud, dove i nuovi casi sono appena 406. Nulla di lontanamente paragonabile a ciò che accade in Europa alle prese con la circolazione delle varianti e restrizioni durissime. Secondo la classifica del New York Timesl’unico stato Ue nella top 10 dei Paesi con la più alta percentuale di popolazione vaccinata è la piccola Malta (meno di 500 mila abitanti), al decimo posto. Ci superano Israele, Seychelles, Emirati Arabi, Gran Bretagna, Stati Uniti, Serbia, Bahrain, Maldive, Cile. Per trovare un’altro Paese membro dell’Unione europea bisogna arrivare al dodicesimo posto dove è posizionata la Danimarca con il 6% della popolazione vaccinata. Germania, Francia e Italia arrivano circa al 4%. Persino Marocco e Turchia fanno meglio di noi.

Ciò che l’ex premier non dice sui vaccini

È il vecchio trucco dello scaricabarile: Paolo Gentiloni cerca di far passare il messaggio che i ritardi sono dovuti all’inattendibilità delle case farmaceutiche. No, il vero problema è come la Commissione europea ha gestito la delicata partita dei contratti. Come abbiamo evidenziato sulle colonne di questa testata, Politico ha paragonato i contratti stipulati dalla Gran Bretagna con quelli dell’Unione europea con Big Pharma. Il modo in cui il Regno Unito si è assicurato le dosi più rapidamente rispetto all’Ue dal gigante farmaceutico AstraZeneca è stato oggetto di un attento esame da parte della testata e di alcuni esperti. Alcuni indizi si possono trovare confrontando il contratto che AstraZeneca ha firmato con Londra con quello firmato con Bruxelles. Nel complesso, i contratti sembrano più o meno gli stessi per quanto riguarda la lingua e il loro tono, afferma Sébastien De Rey, specialista in diritto dei contratti presso l’Università di Leuven.

L’approccio è completamente diverso: “Il contratto del Regno Unito è, su alcuni punti specifici, più dettagliato”. Il livello di specificità è in parte dovuto ai sistemi legali su cui si basano. Il contratto del Regno Unito è scritto nella legge inglese, che giudicherà se entrambe le parti hanno consegnato la merce in base all’esatta formulazione del contratto. Il contratto dell’Ue è scritto secondo la legge belga, che si concentra sul fatto che entrambe le parti “abbiano fatto del loro meglio” per consegnare la merce e “abbiano agito in buona fede”. Non è un particolare ma una differenza sostanziale e fondamentale: come spiega Politico, sono questi dettagli che danno al Regno Unito maggiore influenza al fine di garantire che il suo contratto venga rispettato efficacemente. In una partita così complessa, la “buona fede” non basta. Purtroppo l’Unione ha fallito e ora rimediare al danno fatto rischia di essere tardi.