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“Nei confronti dell’Europa il governo italiano, il premier, il ministro dell’Economia, quello per gli Affari europei hanno avuto una linea di grande coerenza. E questa forse è una delle caratteristiche nuove più evidenti della compagine governativa che si è insediata ad agosto”. Con queste parole il commissario Ue agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, è intervenuto a “Mezz’ora in più” per elogiare la linea tenuta dal governo di Roma nel contesto delle trattative con l’Europa da parte del governo Conte II a trazione pentastellata e piddina.

Il governo M5S-Pd, per Gentiloni, spicca per coerenza europeista. Coerenza che, in molti contesti, noi definiremmo zelo nel seguire le linee guida di Bruxelles o, quando su queste linee guida ci sono dei dubbi, nel conformarsi alle visioni più simili all’europeismo ortodosso. Non è un caso che oltre al premier Giuseppe Conte, in queste ultime settimane ondivago e indeciso se seguire la linea del Pd, tutto sommato accomodante nel ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), e quella ondivaga del Movimento Cinque Stelle, Gentiloni abbia citato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il titolare degli Affari Europei Enzo Amendola. Componenti dell’esecutivo decisivi nel decretare la sua nomina a rappresentante italiano presso le istituzioni europee nella commissione di Ursula von der Leyen e componenti, assieme all’ex premier, di una vera e propria “troika” incaricata di vigilare sul rigore europeista del governo giallorosso.

La definizione di “troika” attribuita dall’editorialista del Corriere della Sera Francesco Verderami al trio Amendola-Gentiloni-Gualtieri è decisamente calzante. Non a caso l’identificazione tra il Nazareno, sede del Pd, e l’europeismo ortodosso in Italia è oramai consolidata e neanche i problemi comunitari legati alla crisi del coronavirus hanno fatto deviare dalla strada tracciata.

Nello scorso autunno, dopo che la proposta di Conte di un superdeficit per l’Italia si era infranta contro la Commissione, Amendola ebbe a commentare che “l’Europa non è un bancomat, semmai è una polizza assicurativa”, Gualtieri aggiunse che “forzare la mano in questa fase non conviene, perché ci sarebbe il rischio di recuperare da una parte ma di perdere dall’altra con un aumento dello spread” e Gentiloni ricordò che la riduzione dei debiti pubblici europei sarebbe stata la priorità della sua azione a Bruxelles. Più recentemente, è stato proprio l’europeismo ortodosso del governo giallorosso il volano dell’impennata dello spread a causa della percezione dei mercati dell’instabilità del nostro Paese di fronte a un pacchetto di aiuti italiani che avrebbe contemplato solo compromessi al ribasso per Roma.

Il Pd si è mosso compatto di fronte all’incertezza di alcuni suoi membri sull’approvazione del Mes: dal fondatore Romano Prodi al segretario Nicola Zingaretti la coalizione dei membri del Pd favorevoli all’apertura del memorandum con il fondo salva-Stati, auspicata dalle istituzioni europee, è estremamente larga. Non a caso Roberto Gualtieri, capitolando su ogni questione all’Eurogruppo, ha messo il governo Conte II in una posizione negoziale complicata in vista del Consiglio europeo, a cui il presidente del Consiglio non ha ovviato presentando proposte concrete. Da ultimo il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, dem di ferro, ha addirittura bacchettato l’Italia perché non utilizzi l’Europa come un alibi per i suoi problemi interni.

Gentiloni, in un certo senso, ha ragione: il governo è coerente nella sua azione perché la componente del Partito democratico è abituata ad approvare sempre ciò che arriva dall’Unione europea,accettandola acriticamente. Poche le eccezioni di ragionevolezza e strategia nel partito: pensiamo al viceministro dell’Economia Antonio Misiani, scettico sul Mes in un’intervista ad Avvenire, ed Emanuele Felice, responsabile economia del partito, che ha chiesto di subordinare l’attivazione del Mes a una reale rimozione dei vincoli che, nero su bianco, ostacolano un Mes senza condizionalità.

Come ha dichiarato il professor Marco Giaconi Pangea, “l’Italia è l’unico grande Paese europeo che ha costituito, piuttosto, una sua buffa ‘religione europeista’, eredità della vecchia teoria del ‘vincolo esterno’ con cui si faceva fare all’Europa quello che non volevamo fare da soli, per paura di perdere voti. Diceva Montanelli che i francesi vanno in Europa da francesi, i tedeschi da tedeschi, noi italiani invece stiamo in Europa da europei”. E nessun partito più del Pd incarna nella sua pienezza questa ideologia. Non a caso il Partito democratico era lo stesso Pd anche quando i suoi membri al Parlamento europeo non diedero manforte al loro attuale capo di governo quando, nel febbraio 2019, si scontrò con il liberale belga Guy Verhofstadt, che lo definì un “burattino” di Salvini e Di Maio. Allora come oggi prevalse l’europeismo lirico e la scelta di campo, con poche voci critiche dal Nazareno tra cui l’allora dominus della sua corrente liberale, Carlo CalendaGentiloni, lo ribadiamo, ha ragione: il presidio dell’europeismo nell’attuale governo rimane, principalmente, il suo partito. Sull’effettiva utilità di questa situazione per l’Italia avremmo di che discutere.