Allontanandosi sempre di più l’ipotesi di un terzo incarico a Giuseppe Conte come soluzione della crisi di governo i partiti di maggioranza e il Quirinale sono intenti a giocare una complessa partita a scacchi per definire il futuro incerto della legislatura. Nei giorni scorsi abbiamo dato conto del fatto che Sergio Mattarella non potrà non valutare, in questa situazione incerta sul piano globale, la reazione degli alleati e dei referenti internazionali dell’Italia nel processo di decisione del futuro inquilino di Palazzo Chigi.

Con moral suasion e condizionamenti indiretti, gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno già facendo capire che un cambio della guardia a Palazzo Chigi non li traumatizzerebbe. Tradendo l’illusione di insostituibilità su cui Conte si era a lungo adagiato.

Il gioco è presto compreso: a Conte conviene che la scelta sia tra un suo terzo incarico e il ritorno alle urne, in cui potrebbero presentarsi numerose occasioni per la costruzione di una lista personale e per il proseguimento della sua esperienza politica; Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle a parole lo ritengono insostituibile, nei fatti temono il voto quanto Italia Viva, con la quale si potrebbe trovare una convergenza su un nome terzo per Palazzo Chigi. Sulla cui scelta, inevitabilmente, i renziani avrebbero un potere di influenza decisivo. Un indipendente (Luciana Lamorgese, Marta Cartabia, Carlo Cottarelli alcuni dei nomi più gettonati) o una figura politica: e secondo quanto riportato da Affari Italiani stanno prendendo quota le azioni del predecessore di Conte, Paolo Gentiloni.

Marco Antonellis spiega infatti che tra i maggiori sponsor dell’ex premier per un ritorno a Palazzo Chigi ci sarebbero gli alleati di oltre Atlantico: Gentiloni, nella rosa dei nomi che Renzi potrebbe proporre ai suoi (per ora ex) alleati, è un “nome molto gradito anche alla nuova Casa Bianca di Biden (a cui piace anche Guerini). Agli Stati Uniti dopo la fuoriuscita della Gran Bretagna con la Brexit (e stante i non buoni rapporti con Francia e Germania) manca il ‘gendarme” interno all’Ue. Anche le cancellerie comunitarie non storcerebbero sicuramente il naso, dato che Gentiloni, attualmente Commissario agli Affari Economici di Ursula von der Leyen, è in buoni rapporti con tutto l’apparato di Bruxelles e ha anche il bonus di esser stato, nelle ultime settimane, un critico dello stesso esecutivo che lo ha nominato alla carica europea. Da lui invitato a maggiori sforzi sul Recovery Fund e al rispetto delle regole europee.

Come potrebbero convergere le forze politiche sul nome di Gentiloni? Il Partito Democratico guadagnerebbe, in questo contesto, il ritorno a Palazzo Chigi di un suo esponente, salvando la faccia alla segreteria di Nicola Zingaretti, colta in contropiede dalla recente crisi; Renzi otterrebbe la vittoria decisiva nella guerra ad personam contro Conte e quello che ritiene essere un regalo decisivo di fronte alla nuova amministrazione Usa (che nei suoi calcoli gli garantirebbe come ricompensa l’aumento delle sue chanches per esser nominato segretario della Nato) con l’estromissione del “trumpiano” Giuseppi. I Cinque Stelle, secondo Dagospia, otterrebbero…la poltrona. Ovvero la garanzia di un proseguio della legislatura fino al semestre bianco di Mattarella, in avvio la prossima estate, e di converso fino al 2022 inoltrato. Dagospia ha suggerito che per Conte, in questo contesto, potrebbe esserci una sorta di contentino funzionale ad evitare una sua presenza come spina del fianco della sua ex maggioranza attraverso la nomina, al posto di Gentiloni, nella squadra della von der Leyen.

Questo, più o meno, l’impianto politico su cui i calcoli di Renzi, principale sponsor del ritorno a Palazzo Chigi del suo ex ministro degli Esteri, intende muoversi. Ma si tratta di una manovra fattibile e, soprattutto, di una soluzione positiva per il sistema Paese? Abbiamo i nostri dubbi.

In primo luogo, ben poco cambierebbe nella filigrana dell’esecutivo. Consegnare Palazzo Chigi al Pd vorrebbe dire, per i giallorossi, estendere la compagine pentastellata nell’esecutivo e dare ai renziani ministeri di peso. Una spartizione che avrebbe il suo sbocco nell’aumento delle tensioni e dei giochi al rialzo interni alla maggioranza e del calo delle prospettive di lungo periodo del nuovo esecutivo. Gioco spericolato di fronte all’imminente inizio della fase calda del negoziato sul Recovery Fund e dell’arrivo della tempesta economica di primavera (fine del blocco dei licenziamenti, rischio di una crisi di liquidità, problematiche bancarie).

In secondo luogo, Gentiloni è una figura che esce profondamente ridimensionata dal primo anno e mezzo da commissario europeo. Titolare di una carica di peso, l’ex premier è stato di fatto commissariato dal falco lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della von der Leyen, che maneggia i dossier più caldi sull’economia, dal debito al Recovery, lasciandogli poco margine di discrezione. Un ritorno di Gentiloni a Roma porterebbe al potere un premier ridimensionato nella credibilità politica e nell’influenza di fronte alle cancellerie internazionali. La somma beffa sarebbe, in fin dei conti, barattare il ritorno in patria di un politico dimezzato nella sua rilevanza per sostituirlo in Europa con una figura marginalizzata come sarebbe un Conte privo delle leve del potere del governo. E di fronte agli Usa Gentiloni non potrebbe garantire altro se non il tradizionale status quo, non la grande prova di maturità e di assertività per coordinare strategie comuni in aree calde come il Mediterraneo che il contesto odierno richiede.

In sostanza, dunque, tanto varrebbe tenersi Conte se l’alternativa sarebbe l’ascesa al potere del conte (Gentiloni viene da una famiglia di nobile lignaggio). Una manovra volta più ad accontentare i referenti internazionali di Pd e Italia Viva che a prospettare una soluzione per il futuro del Paese, per quanto costituzionalmente ineccepibile, sarebbe nella sostanza miope. Al Paese non serve decidere quale figura si farà carico di un’azione di discontinuità: servono certezze sul fatto che le risposte che il Paese chiede su lavoro, contrasto alla pandemia, sviluppo arriveranno. Mai quanto ora i giochi di potere sono lontanti dal sentore più profondo degli italiani.

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