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La prima nomina di peso del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump, impegnato a definire la squadra che lo affiancherà nella sua amministrazione a partire dal 20 gennaio 2017, si è concretizzata con l’assegnazione al generale in pensione Michael T. Flynn del ruolo di National Security Advisor. Flynn, 58 anni, sostenitore della prima ora di Trump e già indicato in precedenza come possibile candidato alla vicepresidenza, occuperà un posto chiave nell’Executive Office della Casa Bianca dopo avere in precedenza amministrato la Defense Intelligence Agency (DIA) dal 2012 al 2014.La nomina di Flynn è indicativa per comprendere gli indirizzi futuri che assumerà la politica estera statunitense in seguito all’investitura ufficiale di Trump come 45° Presidente degli Stati Uniti: l’ex direttore della DIA è un convinto assertore del riavvicinamento tra gli USA e la Russia, è stato più volte intervistato dall’emittente moscovita Russia Today ed è stato definito da Politico “il generale preferito di Trump”, con il quale ha dichiarato a più riprese di trovarsi in completa sintonia.Quale National Security Advisor del Presidente Trump, Flynn potrebbe concretamente prestare il suo servizio per operare quel riavvicinamento tra gli Stati Uniti e il Cremlino che oggigiorno è imprescindibile per garantire sicurezza e stabilità all’ordine internazionale; al tempo stesso, sulla sua figura aleggiano non poche controversie. Egli si è sempre dichiarato un sostenitore della linea dura contro i gruppi terroristici e, recentemente, ha pubblicato un libro intitolato The Field of Fight: How We Can Win the Global War Against Radical Islam and Its Allies assieme a Michael Ledeen, noto storico e consulente politico di orientamento neoconservatore. Lo stesso Flynn, in alcuni suoi interventi, ha fatto riferimento a numerose tematiche decisamente care all’ala neoconservatrice del Partito Repubblicano, passata armi e bagagli al fianco della Clinton nella recente corsa alla Casa Bianca: nello stesso discorso di endorsement a Trump, nel corso della Convention Nazionale Repubblicana di luglio tenutasi a Cleveland, Flynn si è infatti detto particolarmente indignato per il fatto che “il mondo non tema più la forza dell’America”. Non appena si è diffusa la notizia della nomina, numerosi media hanno inoltre sottolineato le attività di lobbismo svolte dall’impresa gestita da Flynn e dal figlio, la Flynn Intel Group che offre servizi sicurezza e della ricerca di informazioni ad aziende e governi, a favore del governo turco di Recep Tayyip Erdogan. Ciò da un lato potrebbe rendere la nomina del generale in pensione non solo indicativa della volontà di Trump di puntare al ristabilimento di piene relazioni tra Washington e Mosca, ma anche un segno delle intenzioni del tycoon repubblicano nei confronti della Turchia, con la quale gli Stati Uniti hanno recentemente raffreddato i rapporti ma che, per questioni di realpolitik, non può essere ignorata nell’attuale contesto mediorientale.Un tema che potrebbe, in futuro, conoscere evoluzioni impreviste è quello dei rapporti tra Stati Uniti ed Iran; a complicare la questione ci ha pensato la tramontante amministrazione Obama che, rinnovando le sanzioni nei confronti di Teheran, ha virtualmente pregiudicato i progressi tanto sbandierati a seguito del raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano. Sul tema Iran la presidenza Trump sembra essere destinata a trasformarsi in un periodo di stallo: il tycoon newyorkese, infatti, si è dichiarato costantemente un oppositore del riavvicinamento alla Repubblica Islamica e ritiene Israele il perno della strategia di alleanze degli Stati Uniti nell’area mediorientale. Sull’argomento, uno dei consiglieri che potrebbero averlo maggiormente influenzato è proprio lo stesso generale Flynn, che già nel 2015 in un’intervista all’Observer aveva avuto modo di stigmatizzare duramente l’accordo sul nucleare iraniano, da lui ritenuto un fattore destabilizzante per la regione mediorientale. Allo stato attuale delle cose, la pregiudiziale antiraniana potrebbe rappresentare un ostacolo agli obiettivi della politica estera dell’amministrazione Trump: l’alleanza solida e rodata tra Mosca e Teheran, infatti, mal si concilierebbe con una strategia diplomatica statunitense unilateralmente diretta all’appianamento dei contrasti con la Russia. Per affrontare la crisi sistemica che oggigiorno destabilizza il contesto internazionale, e particolarmente l’area mediorientale, gli Stati Uniti devono superare le ambiguità e gli errori degli ultimi otto anni e sviluppare una politica estera che tenga conto del mutato ordine, divenuto oramai multipolare. In tal senso, la nomina di Flynn da parte di Trump risponde alla logica di Trump nei confronti della Russia di Putin, ma non è un indizio sufficiente per comprendere le linee di tendenza su cui si svilupperà in futuro la strategia diplomatica americana.Sicuramente Flynn potrà dare un contributo importante all’appianamento delle controversie con la Russia e potrà aiutare Trump a definire i futuri atteggiamenti degli USA nei confronti della Turchia; al tempo stesso, l’amministrazione Trump dovrà riuscire a trovare un modus vivendi anche con la Repubblica Islamica dell’Iran, che oggigiorno rappresenta un attore strategico di primo piano nella sua regione di riferimento. Sotto quest’ultimo punto di vista, la strada sembra decisamente in salita: per chiarire definitivamente le idee, bisognerà attendere le future nomine di Donald Trump, in particolare modo quella del prossimo Segretario di Stato, ruolo di importanza capitale che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe essere appannaggio di personaggi di primo piano come Rudolph Giuliani o il generale David Petraeus.

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