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(Giza) Il vento alza la sabbia e la polvere del deserto. Nel cielo si formano turbini e spirali di color giallo tendente al rosso o al nero, a seconda delle giravolte che il vento crea. In Egitto il tempo è un concetto difficile da afferrare, qui l’uomo e la sua civiltà, sono presenti dalla notte dei tempi. Una cultura che ha da sempre affascinato gli archeologi e le masse. A tal punto da aver alimentato non solo studi scientifici, ma anche tanta fantascienza. Basta pensare ai molti film hollywoodiani in cui si fa discendere la creazione delle piramidi da fantomatici marziani.

L’Egitto di oggi è ben consapevole della sua storia e da anni punta sui suoi tesori archeologici per far ripartire il turismo in questi turbolenti e problematici anni.

Il Paese ha un patrimonio sterminato di siti archeologici di una bellezza che lascia senza fiato. Le piramidi di Giza sono sicuramente tra i siti più noti. Ormai fanno parte del tessuto urbano del Cairo. Da una parte lambiscono il deserto e dall’altra la città, con tutti i suoi palazzi, svincoli, autostrade. Un incontro-scontro tra una storia dal passato sorprendente e dalle architetture precise, ordinate, perfettamente geometriche e un presente caotico e apparentemente non gestito. Il lato che tocca il deserto guarda le piramidi di Saqqara e quelle di Dahshur.

Da qui è possibile vedere tutti i tentativi che gli architetti fecero per arrivare all’edificazione delle piramidi. Da quella a gradoni di Saqqara, a quella di Snefru a Dahshur che segna, secondo gli archeologi, “la transizione dei complessi funerari da quelli antichi con piramidi a gradoni ai successivi, caratterizzati da piramidi  a struttura canonica”. Quest’ultima è anche chiamata dagli studiosi la piramide romboidale, “a doppia pendenza” oppure “ottusa” per la diversa inclinazione delle facce a metà altezza e copre una superficie di 183,50 m². Questo cambio di pendenza è dovuto a un probabile errore degli architetti o forse alla morte precoce del faraone che ha costretto a terminare in anticipo i lavori. L’ideale percorso verso la perfezione architettonica finisce proprio a Giza, dove sono state costruite le piramidi “perfette” che oggi lambiscono la caotica capitale egiziana e i suoi venti milioni di abitanti.

Qui il governo egiziano sta costruendo il Gem, Great Egyptian Museum, che prenderà il posto del vecchio museo egiziano di piazza Tahrir. La gara per scegliere l’architetto è stata la seconda più grande competizione internazionale di questo tipo. Vi sono stati 1557 progetti da 82 Paesi. La gara fu vinta dallo studio Heneghan Peng di Dublino nel 2002. I lavori, iniziati sotto la presidenza di Hosni Mubarak, sono stati fortemente rallentati dalle rivoluzioni della Primavera araba e si prevede di aprire parzialmente il museo quest’anno spostando i tesori di Tutankhamon dal vecchio museo. Il sito diventerà il più grande museo del mondo dedicato a una singola civiltà. La facciata è strutturata sul modello del cosiddetto triangolo di Sierpinski e rivestita in pietra traslucida. Questo per farla dialogare con i calcari che rivestono le piramidi di fronte. Dall’interno del museo si potranno vedere le piramidi di Giza. All’ingresso i visitatori troveranno invece l’immensa statua di Ramses II, di 11 metri di altezza e di oltre 80 tonnellate di peso.

Nella nuova struttura verranno esposte tutte le opere del vecchio museo di piazza Tahrir. Molte di esse sono state restaurate grazie ai nuovi laboratori del Gem, che sono tra i più grandi al mondo. Moltissimi dei reperti si stavano danneggiando con il passare degli anni e senza il laboratorio di restauro collegato con il museo, sarebbero andati persi per sempre.

Certo con il nuovo museo egiziano finirà l’avventura di quello di piazza Tahrir, che pure piccolo e ormai inadatto, aveva quel fascino legato alle prime scoperte archeologiche dell’epoca coloniale. Copiando il termine “archeologia industriale”, lo si potrebbe quasi definire un sito di “archeologia museale”.

Nacque come un’emanazione del Servizio Egiziano delle Antichità costituito dal governo nel 1835, nel tentativo di fermare l’esportazione senza regole di reperti e manufatti da parte delle potenze coloniali.

Il museo vero e proprio nacque nel 1858 con le collezioni raccolte da Auguste Mariette, archeologo francese al servizio di Isma’il Pascià e aveva sede nel quartiere di Bulaq davanti all’isola di Gesira.

Nel 1891 venne spostato all’interno del palazzo di Isma’il Pascià a Giza. Quando l’Istituto si rese conto che i reperti da esporre diventavano sempre più numerosi a seguito di nuove scoperte, si decise di costruire un nuovo museo degno di rappresentare l’Egitto e la sua archeologia nel mondo. Fu quindi bandito un concorso internazionale che fu vinto da un progetto francese dell’architetto Marcel Dourgnon, con la partecipazione degli italiani Giuseppe Garozzo e Francesco Zaffrani.

Questo museo, non dissimile da quello di Torino, prima del restauro e a esso legato dalla medesima storia, racconta benissimo l’epoca delle prime scoperte archeologiche fatte da esploratori, avventurieri e archeologi europei, per la maggior parte italiani e francesi. Gli amanti di questo periodo storico saranno un po’ triste per il trasferimento del museo. Ma certamente qualunque studioso sarà invece felice di questo cambiamento che permetterà alle opere di essere conservate, restaurate e usufruite molto meglio. Si spera solamente che il vecchio edifico trovi anch’esso una nuova funzione degna della sua storia.

Il vento continua ad alzare la sabbia e la polvere dal deserto di Giza. La polvere sale verso il cielo, sembra lambire gli dei, per poi ricadere sulla terra portando con sé i suoi segreti e misteri.

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