È ovvio che, in una situazione come quella in corso da più di un anno e mezzo nella Striscia di Gaza, lo sport non sia certo la priorità. Eppure raccontare le persone che vivono in Palestina significa anche raccontare la loro vita quotidiana, in cui ha sempre avuto un ruolo molto importante lo sport , e in particolar modo il calcio, estremamente popolare nella regione.
I bombardamenti israeliani di questi mesi hanno distrutto numerosi impianti sportivi: ad oggi risulta che appena tre strutture siano ancora in piedi, anche se seriamente danneggiate. Almeno una di esse – l’Al-Dorra Stadium a Deir al-Balah – è diventata un luogo fondamentale per ospitare i numerosi rifugiati palestinesi. “Il calcio qui è sempre stato amatoriale. Non era sovvenzionato né ben pagato, ma ha significato molto per la popolazione. Era le nostre vite, la gente riempiva gli stadi ogni fine settimana. Era una grande fonte di sollievo” racconta Abubaker Abed.
Abed ha 22 anni, è nato e cresciuto a Gaza e ha iniziato a fare il giornalista sportivo per raccontare il calcio nel suo Paese. “Lo facevo già da prima dell’ottobre 2023: raccontavo storie sullo sport e la guerra, sull’occupazione, scrivendo in arabo e in inglese. Facevo anche il traduttore e il correttore di bozze”. Poi tutto è cambiato: a partire dall’autunno di due anni fa, Abed è stato costretto a trasformarsi in un reporter di guerra, mentre lo sport a Gaza è stato cancellato.
“Non so se ci sono altri giornalisti sportivi in giro per il mondo che abbiano dovuto raccontare l’omicidio degli atleti della propria terra o la distruzione delle strutture sportive. È una cosa che non si può descrivere”. Oltre ad aver raso al suo la maggior parte degli stadi, Israele ha causato la morte di oltre 700 atleti gazawi, secondo i dati diffusi lo scorso gennaio dalla Palestinian Sports Media Association. Di questi, 59 sarebbero minorenni, e 369 erano calciatori. Numeri che rendono l’idea anche del peso sociale che il pallone aveva nella società di Gaza.
Dall’inizio della guerra, i reportage e gli aggiornamenti in lingua inglese di Abed sul social media X hanno iniziato ad avere una circolazione sempre maggiore. Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su siti come The New Arab ed Electronic Intifada; uno di questi, nel maggio 2024, è stato tradotto in italiano da Internazionale. A inizio 2025, un suo discorso di denuncia per le violenze subite dai giornalisti impegnati nella Striscia ha ottenuto grande visibilità internazionale, venendo ripreso anche in Italia da testate cone Lifegate e Left.
“Sono stato lasciato solo, nessun altro giornalista occidentale o anche del mondo arabo mi ha aiutato. Questa è stata una motivazione ulteriore per continuare il mio lavoro, ma espone anche il doppio standard dei giornalisti occidentali“. Al di sotto della tragedia della popolazione gazawi – oltre 52.600 morti e quasi 119.000 feriti secondo l’Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari dell’ONU – e accanto a quella dello sport locale, c’è dunque pure la tragedia del giornalismo palestinese: più di 200 professionisti dell’informazione sono stati uccisi dall’inizio del conflitto.
Lo sport come strumento di comunità
Eppure, nonostante tutto questo, lo sport ha continuato a essere uno strumento di comunità e di distrazione dagli orrori della guerra, come avvenuto durante la Coppa d’Asia giocata a inizio 2024. In quell’occasione, la selezione della Palestina ha ottenuto il suo miglior risultato di sempre, arrivando fino agli ottavi di finale. “Ci sono tifosi che, nonostante abbiano perso i propri cari e le proprie case, continuano a seguire in calcio dentro alle tende. Ci sono cose più importanti a cui pensare – l’acqua, il cibo, i bombardamenti quotidiani – ma in mezzo a tutto questo amiamo ancora il gioco e seguiamo le nostre squadre preferite. Sfortunatamente questi club – come il Real Madrid, il Chelsea, il Barcellona, il Liverpool – non ci sostengono allo stesso modo in cui noi sosteniamo loro”.
Il 15 maggio, ad Asunción, in Paraguay, è iniziato il 75° Congresso della FIFA, durante il quale la vice-presidente della Federcalcio palestinese PFA, Susan Shalabi, ha chiesto all’organizzazione di discutere urgentemente la richiesta di sospensione della Federazione israeliana. La questione è sul tavolo della FIFA dal maggio 2024, ma da gennaio non ci sono aggiornamenti a riguardo, e vista la stretta amicizia tra il presidente Infantino e Donald Trump è difficile immaginare sviluppi positivi. Nel frattempo, da febbraio negli stadi di tutto il mondo diverse tifoserie stanno esponendo messaggi per fare pressione sulla FIFA e accogliere le richieste palestinesi.
A margine di tutto questo, la grande questione relativa a Gaza è come si potrà ricostruire una comunità, sportiva e non, in tutta la devastazione causata in questi mesi. “Non importa quanti atleti sono morti, dobbiamo ricostruire il nostro sport. Abbiamo talento, ne abbiamo tanto: questi sportivi meritano di giocare su palcoscenici più importanti. Ma siamo ostracizzati, disumanizzati e oppressi. Non ci vengono date occasioni”.
Oggi i tifosi di calcio in Palestina guardano come modello certamente a Oday Dabbagh, attaccante 26enne nato a Gerusalemme Est che dal 2021 gioca in Europa: prima in Portogallo, poi in Belgio e, da pochi mesi, in Scozia con l’Aberdeen. Nel frattempo, Abubaker Abed è riuscito a lasciare Gaza e arrivare a Dublino, dove proseguire i suoi studi, il lavoro da giornalista, e dove potrà essere curato per la malnutrizione patita nell’ultimo anno e mezzo.
Nessun giornale ha dedicato ai fatti drammatici di Gaza l’attenzione che gli abbiamo dedicato noi. E pochi hanno raccolte altrettante testimonianze sulla tragedia del popolo gazavi. Aiutaci in questa missione giornalistica, aiutaci a raccontare ciò che molti altri preferiscono tacere. Segui InsideOver, unisciti a noi, abbonati oggi!