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Siamo tutti d’accordo: l’arte, la cultura, la ricerca devono essere lasciate fuori dalla politica. Quindi ci fa orrore l’idea che le Università italiane possano interrompere i rapporti con le Università di Israele a causa delle azioni del Governo di Bibi Netanyahu. Lo stesso orrore che proveremmo se si volessero interrompere i rapporti con le Università e i centri studi della Palestina a causa dei massacri di Hamas. Lo stesso schifo che abbiamo provato quando a grandi artisti russi è stato impedito di esibirsi in Italia a causa dell’invasione dell’Ucraina decisa da Vladimir Putin. Se l’arte, la cultura e la ricerca devono essere lasciate fuori, questo deve valere per tutti. Altrimenti chi ci garantisce che quel rettore palestinese non sia favorevole agli attentati di Hamas o che quel professore israeliano non concordi con il massacro dei civili di Gaza?

Detto questo, veniamo però al caso specifico. Gran parte dell’opinione pubblica mondiale concorda sul fatto che la guerra condotta a Gaza da Israele, pur affondando le sue radici nell’orrendo massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, è gestita in modo spietato, con la ricorrente strage di decine di migliaia di civili (per più di metà donne e bambini) che non ha alcuna giustificazione, nemmeno rispetto al tanto sbandierato proposito di “sradicare Hamas” dalla Striscia di Gaza. Ed è quello che forse pensa anche una parte consistente della popolazione di Israele: i sondaggi dicono che la maggior parte degli israeliani è favorevole alla prosecuzione dell’intervento militare ma le proteste contro l’attuale Governo, per chiedere elezioni anticipate, sono sempre più massicce.

Che questo sia il clima lo testimonia anche la recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’unica dagli anni Settanta che anche gli Usa, di solito schierati con lo Stato ebraico senza se e senza ma, abbiano fatto passare con l’astensione. Una risoluzione che, ricordiamolo, chiede il cessate il fuoco immediato e che Israele ha scientemente e pubblicamente deciso di ignorare. Come peraltro tutte le precedenti.

Quindi abbiamo una domanda per tutti coloro che si scandalizzano per le decisioni di certe Università italiane, pronte a interrompere la collaborazione con le Università di Israele: che cosa proponete di fare? Concretamente, non con i soliti sofismi. Perché i casi sono solo due. Il primo è: pensate che Israele faccia bene a fare ciò che fa e pazienza per i civili palestinesi, anche se i morti sono già più di 32 mila, se nel processo sono stati ammazzati più di 100 giornalisti, 180 operatori sanitari e una ventina di volontari, ultimi i sette della Ong World Central Kitchen poche ore fa. Abbiate il coraggio di dirlo e di prendervi in carico, moralmente e politicamente, tutti quei morti.

In quel caso è chiaro che cosa pensate e non abbiamo nulla da dirci. Ma c’è un secondo caso: si deve e si può fare qualcosa. E allora cosa? Il cessate il fuoco no, a Israele non piace e gli Usa dicono che “non è vincolante”, cioè si cessa il fuoco se Israele vuole altrimenti si continua a sparare. Sanzioni contro Israele? No, anche sa sanzioniamo mezzo mondo. Sanzioni contro israeliani? No. Boicottaggio economico di Israele? No, anzi: in mezza Europa è stato messo fuorilegge. Smettere di vendere (o, come nel caso degli Usa) regalare armi a Israele? No. Dell’arte, della cultura e della ricerca abbiamo già detto. Non è che resti molto. Noi italiani, poi, insieme con altri 15 Paesi occidentali, ci siamo pure precipitati a interrompere i finanziamenti all’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per l’aiuto ai palestinesi, perché Israele aveva detto (senza fornire prove) che molti dei suoi impiegati erano collusi con Hamas, ma non abbiamo battuto ciglio quando l’Unrwa ha accusato Israele di aver torturato i suoi dipendenti.

A quanto pare, dunque, l’idea è che ai Governi di Israele non si può muovere alcuna critica, perché altrimenti si diventa subito antisemiti. E che rispetto alle loro azioni, buone, cattive o pessime che siano, non si può fare nulla. Nulla di nulla. Mai. Perché adesso siamo tutti nel cono d’ombra luttuoso e crudele degli assassini (1.700 israeliani, quasi tutti civili innocenti) perpetrati dai terroristi di Hamas il 7 ottobre, un fatto che sarebbe impossibile ignorare. Ma prima? Dal 1967, dalla fine della Guerra dei Sei Giorni, l’Onu ha dichiarato che Israele è “Paese occupante” dei Territori palestinesi. E da allora non c’è Governo di Israele che non abbia continuato a occupare porzioni sempre maggiori di territorio palestinese, fino a trasferire negli insediamenti illegali 750 mila israeliani, più del 10% della popolazione totale. E nulla è mai stato fatto, di concreto, per (almeno) frenare questa politica condotta in spregio del diritto internazionale.

Dov’erano, in quegli anni, gli intellettuali veri e presunti che in queste settimane scrivono ponderosi editoriali sul “diritto a difendersi”, sul rispetto dei trattati, sui popoli oppressi, sulle minoranze discriminate? Dov’erano tutti quelli che oggi tanto si preoccupano dei rapporti tra le Università e oggi accusano gli studenti di fiancheggiare Hamas e i presidi di essere dei Don Abbondio? Loro, oggi così coraggiosi e decisi, dov’erano?

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