Gaza, le parole di Ben-Gvir e la volontà genocidaria

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Le dichiarazioni di Itamar Ben-Gvir non possono essere archiviate come l’ennesima provocazione di un estremista utile a conquistare qualche voto. Quando un ministro della Sicurezza nazionale propone di uccidere ogni notte decine di persone, nega loro la qualità stessa di esseri umani, invoca l’espulsione della popolazione e immagina colonie israeliane in tutta Gaza, non sta esprimendo soltanto odio. Sta descrivendo un progetto politico.

Occorre essere precisi. Nel passaggio originale Ben-Gvir ha parlato di trenta, quaranta o cinquanta “terroristi” da eliminare ogni notte, come ha sottolineato anche un “quotidiano israeliano”, accusando alcuni mezzi d’informazione stranieri di avere omesso quella parola. Ma subito dopo il ministro ha chiarito che le uccisioni non dovrebbero riguardare soltanto chi costituisce una minaccia immediata. Ha aggiunto che a Gaza vi sarebbero individui indegni di vivere e che non sarebbero neppure persone. La precisazione israeliana, quindi, non attenua la gravità delle parole. Al contrario, mostra l’arbitrarietà con cui la categoria di “terrorista” può essere estesa a chiunque venga considerato privo del diritto alla vita.

Dall’eliminazione di Hamas alla trasformazione demografica

Ben-Gvir non si è limitato a invocare uccisioni. Ha immaginato tutta Gaza sotto controllo israeliano, coperta di insediamenti ebraici e svuotata, per quanto possibile, della sua popolazione palestinese. È questa combinazione a rendere le sue parole particolarmente rivelatrici. L’obiettivo dichiarato non è più soltanto la distruzione delle strutture militari di Hamas. Diventa la trasformazione demografica e territoriale della Striscia: eliminare una parte della popolazione, spingerne un’altra all’emigrazione, impedire il ritorno e sostituire progressivamente i palestinesi con coloni israeliani.

Definire “volontaria” un’emigrazione provocata da bombardamenti, fame, distruzione delle abitazioni e impossibilità di ricevere cure significa svuotare le parole del loro significato. Una popolazione costretta a scegliere tra la partenza e condizioni di vita insostenibili non sta esercitando una libera scelta.

Dal punto di vista militare, l’idea di stabilire una quota notturna di uccisioni è incompatibile con il principio secondo cui ogni bersaglio deve essere individuato sulla base di una minaccia concreta. La quantità sostituisce la valutazione individuale; l’eliminazione diventa amministrazione ordinaria; la guerra si trasforma in un sistema permanente di selezione di chi può continuare a vivere.

L’intenzione genocidaria

Il genocidio non è definito soltanto dal numero delle vittime. La Convenzione del 1948 richiede l’intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Per questo le parole dei responsabili politici hanno un’importanza fondamentale: possono rivelare l’intenzione che collega uccisioni, privazioni, trasferimenti e distruzione delle condizioni necessarie alla sopravvivenza.

Una singola dichiarazione non basta, da sola, a stabilire definitivamente la responsabilità giuridica di uno Stato. Ben-Gvir, inoltre, non comanda direttamente l’esercito. Ma non è un commentatore marginale: è ministro, controlla la polizia e il sistema carcerario e partecipa al gabinetto di sicurezza che concorre a determinare la politica di guerra. Le sue parole devono dunque essere valutate insieme agli atti compiuti, alle dichiarazioni di altri ministri e alla mancata rimozione di chi invoca espulsioni e uccisioni collettive. Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha concluso che Israele ha commesso quattro delle cinque condotte indicate dalla Convenzione e ha considerato le dichiarazioni dei dirigenti israeliani una prova dell’intenzione genocidaria.

La Corte internazionale di giustizia non ha ancora pronunciato una sentenza definitiva nella causa promossa dal Sudafrica. La Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, non per genocidio. Israele respinge tutte queste accuse, sostiene di combattere Hamas e denuncia una lettura politica e ostile delle proprie operazioni. Questa distinzione giudiziaria va rispettata. Ma l’assenza di una sentenza definitiva non obbliga a ignorare ciò che viene detto e fatto sotto gli occhi del mondo.

Il costo strategico ed economico della colonizzazione

Anche prescindendo dal giudizio morale e giuridico, il progetto di Ben-Gvir è strategicamente rovinoso per Israele. Colonizzare Gaza richiederebbe un’occupazione militare permanente, la protezione continua degli insediamenti, nuove strade riservate, fortificazioni e decine di migliaia di soldati. Ogni colonia diventerebbe un avamposto da difendere e ogni espulsione alimenterebbe nuove generazioni di combattenti.

Il costo economico sarebbe enorme: spese militari crescenti, prolungata mobilitazione dei riservisti, riduzione degli investimenti, isolamento commerciale e dipendenza ancora maggiore dagli aiuti e dalle forniture statunitensi. La ricostruzione della Striscia, dopo essere stata devastata, verrebbe probabilmente scaricata sui Paesi arabi e sugli organismi internazionali, mentre Israele conserverebbe il controllo del territorio e della sicurezza.

A livello geopolitico, simili dichiarazioni rendono sempre più difficile per i governi occidentali sostenere che l’operazione israeliana sia esclusivamente difensiva. Indeboliscono i rapporti con il mondo arabo, compromettono ogni progetto di normalizzazione regionale e mostrano la contraddizione di un Occidente che invoca il diritto internazionale contro i propri avversari, ma lo rende negoziabile quando riguarda un alleato.

Non più parole isolate

Ben-Gvir rappresenta certamente la componente più radicale del governo israeliano. Ma un’estrema destra che rimane indispensabile alla coalizione, influenza le decisioni, dirige apparati dello Stato e non viene sconfessata non può essere trattata come un corpo estraneo. Le sue dichiarazioni costituiscono l’ennesima manifestazione di una volontà genocidaria presente all’interno del potere israeliano: disumanizzare i palestinesi, eliminarne una parte, espellerne il maggior numero possibile e impossessarsi definitivamente della loro terra.

Non sono sufficienti, da sole, per sostituire una sentenza. Sono però un tassello coerente con una condotta più ampia. E quando le parole del ministro coincidono con la distruzione materiale di Gaza, la fame, lo sfollamento e il progetto di colonizzazione, sostenere che si tratti soltanto di retorica diventa sempre meno credibile.