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Nella conferenza stampa Netanyahu-Trump a conclusione della visita del premier israeliano negli Usa si è parlato, e molto, del futuro di Gaza. Nella nota di ieri accennavamo come, nonostante la profusione di affetti del presidente americano verso il suo interlocutore e il suo Paese, le posizioni tra i due fossero discorsi. Lo spiega meglio e nel dettaglio Amor Tibon su Haaretz, in un articolo di grande interesse.

Despite Netanyahu's Encouragement, Trump May Have Beached His Gaza Riviera Idea

Il futuro di Gaza

Tibon ricorda quando a febbraio Trump espose il suo stralunato piano sulla Riviera di Gaza e l’annesso sfollamento dei palestinesi, ricordando la sua insistenza sul punto e le diuturne polemiche successive e la contrarietà dei Paesi arabi. “Questa volta – scrive Tibon – il piano per la Striscia di Gaza è stato solo brevemente accennato da Trump in risposta a una domanda diretta di un giornalista israeliano di destra. Il presidente ha affermato di apprezzare ancora questo piano, ma ha aggiunto di essere aperto anche ad ‘altri’ piani sul ​​futuro della Striscia”.

“Si tratta di un commento interessante – continua Tibon – alla luce del fatto che, subito prima dell’incontro con Netanyahu, Trump ha parlato al telefono con il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sissi, il re di Giordania Abdullah II e il presidente francese Emmanuel Macron. Tutti si oppongono fermamente al trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza e sostengono un piano alternativo per ricostruire la regione con il coinvolgimento dei più importanti paesi arabi”.

France, Germany, Italy, U.K. Back Arab Plan for Gaza Reconstruction That Was Rejected by Trump

Inoltre, Trump si è dilungato sulla sorte degli ostaggi, “lamentando che i negoziati per ottenerne la liberazione sono troppo lenti”, prosegue Tibon, spiegando che ciò è suonato come una tacita critica al suo interlocutore, dal momento che il presidente Usa sa perfettamente che è lui il responsabile del fallimento delle trattative, convinzione peraltro diffusa anche tra i cittadini israeliani.

Inoltre, aggiunge Tibon, “alcuni dei più stretti consiglieri di Trump sono stati informati, prima del suo incontro con Netanyahu, degli ultimi sondaggi d’opinione svolti in Israele, che dimostrano come l’enorme maggioranza della popolazione voglia la liberazione di tutti gli ostaggi in un unico accordo che porti alla fine della guerra. E Trump ha accennato proprio a questo, affermando che ciò che gli israeliani desiderano più di ogni altra cosa è il ritorno a casa degli ostaggi”.

Date tali considerazioni, l’altro accenno di Trump, non riferito da Tibon, ma più che rilevante, assume un significato ancora più profondo, ed è quando ha detto che a suo parere la fine della guerra “non è troppo lontana” (Reuters), considerazione che stride con la prospettiva che guida le decisioni di Netanyahu, che si muove nei ristretti orizzonti di una guerra infinita.

Trump, hosting Netanyahu, urges end to Gaza war, thinks that is not 'too distant'

Witkoff, il mediatore

Tibon – in convergenza con altre fonti – annota poi come l’inviato per il Medio oriente di Trump, Steve Witkoff, si stia muovendo per raggiungere un accordo con Hamas che preveda la liberazione di una parte degli ostaggi in cambio di una tregua temporanea. Una prospettiva, annota il cronista di Haaretz, che darebbe tempo per negoziare la fine della guerra in cambio della liberazione degli ultimi ostaggi vivi e la restituzione dei corpi di quelli defunti.

“Le cose si stanno muovendo, seppur troppo lentamente, nella giusta direzione – conclude Tibon – Invece di minacce roboanti e sogni immobiliari [da parte di Trump], si è registrata una discussione realistica su ciò che la maggior parte degli israeliani desidera e sull’urgente necessità di realizzarlo. Ora arriva la parte difficile: realizzarlo”, dal momento che tante sono le forze contrastanti, anzitutto le pressioni contrarie del premier israeliano.

Infine, va notato un particolare non secondario. In una recente intervista a Tucker Carlson, Witkoff aveva speso parole di speranza sulle trattative, arrivando ad affermare che Hamas, se avesse deposto le armi, avrebbe potuto rimanere nella Striscia, anzi potrebbe addirittura partecipare alla vita politica, sebbene fuori dalle stanze del potere. E si era dichiarato aperto al piano arabo, che non prevede lo sfollamento dei palestinesi.

Witkoff: se disarma, Hamas potrà restare a Gaza

Non solo, si era addirittura azzardato a dire che i capi di Hamas non erano poi “così estremi come li hanno dipinti”. Dichiarazioni che avevano innescato non poche polemiche, tanto che sembrava che Witkoff dovesse saltare. Non solo Trump lo ha tenuto al suo posto, ma ieri ha costretto Netanyahu a confrontarsi anche con lui, di fatto sottoscrivendo le dichiarazioni fatte allora dal suo inviato.

Netanyahu, ne abbiamo scritto ieri, ne è uscito malandato da questo incontro, dal quale invece sperava di uscire rafforzato. Il teatrino sui dazi imposti a Israele, il 17% (più della Gran Bretagna e dell’Argentina…), con il premier israeliano che aveva dichiarato risolta la questione e Trump a ribattere che non era affatto così, ricordando i miliardi di dollari inviati ogni anno a Tel Aviv dagli States, ha palesato l’evidente distanza tra i due.

IDF vastly expanding Gaza buffer zone, which is set to include all of Rafah city

Appena tornato in patria, Netanyahu ha dovuto presentarsi alla sbarra per testimoniare nell’ennesimo processo che lo vede coinvolto. E ha dovuto incassare il niet della Corte Suprema alla destituzione del Capo dello Shin Bet, con il quale aveva incrociato le spade. Un provvedimento, quello della Corte, solo temporaneo, avendo questa decretato la “sospensione” della revoca del mandato, ma non per questo irrilevante, perché denota un’opposizione al suo potere che riteneva di aver superato.

Il destino della guerra di Gaza è strettamente intrecciato a quello del mago di Israele, dal momento che Netanyahu punta sul conflitto perpetuo per conservare il potere e sulla conservazione del potere per proseguire i tanti conflitti aperti in Medio oriente che dovrebbero fare di Israele una potenza globale e consegnare lui alla storia. Da cui l’importanza di quanto rilevato.

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