Sono ore cruciali per il futuro di Gaza. L’accordo voluto dalle Nazioni Unite per tentare di scongiurare un ulteriore bagno di sangue potrebbe essere siglato o stracciato in qualsiasi momento. Sono tanti gli interrogativi, così come molte, forse troppe, sono le parti in causa.
Dopo mesi di forti tensioni iniziate con le manifestazioni dei gazawi durante la Marcia del Ritorno, Nikolay Mladenov, inviato speciale Onu per il Medio Oriente, ha tentato il tutto per tutto per evitare un nuovo conflitto che, qualora iniziasse, andrebbe a colpire una popolazione ormai devastata da una prolungata situazione di assedio.
Il diplomatico bulgaro si è messo al lavoro individuando nell’Egitto di Al Sisi il mediatore perfetto. Il generale egiziano ha agito da intermediario tra il duo palestinese Hamas–Fatah e Benjamin Netanyahu. Una prima bozza dell’accordo è stata presentata in settimana e prevede, oltre al cessate il fuoco, una serie di investimenti in denaro per assicurare un minimo di vivibilità ai gazawi stremati da decenni di bombardamenti e violenze. Se tutto dovesse andare per il meglio, gli abitanti della Striscia vedranno il sorgere di nuove scuole e ospedali, oltre che un impianto di desalinizzazione delle acque finanziato interamente dall’Onuu e un allentamento progressivo del blocco israeliano. Ora il problema, per tutte le parti coinvolte, sarà quello di riuscire a mettere in pratica quelle che per il momento sono solo buone intenzioni.
Il ritorno a Gaza dei Falchi di Hamas
Il 3 agosto scorso, esponenti di spicco di Hamas, con il tacito assenso di Israele, hanno potuto rimettere piede nella Striscia dopo diversi anni. È la prima volta dal 2012 che l’intero establishment del movimento islamico si riunisce a Gaza; segno evidente della storicità di un evento che segnerà, nel bene o nel male, il conflitto israelo-palestinese. Per l’occasione l’Egitto ha riaperto il valico di Rafah. Una colonna di auto si è quindi diretta verso Gaza City, trasportando i pezzi da novanta di Hamas: Saleh Aruri, Musa Abu Marzouk, Hussam Badran, Moussa Doudin e Izzat Resheq. Aruri è il rappresentante all’estero delle Brigate Izzedine al Qassam, responsabile di sanguinosi attentati e in cima alla lista dei ricercati da Tel Aviv. Diciotto anni passati nelle carceri israeliane, esiliato ed espulso per le sue attività terroristiche da ben quattro diversi Paesi, Aruri ha coordinato decine di attentati terroristiche in Israele e Cisgiordania. È considerato da tutti come la vera mente dietro al riavvicinamento di Hamas all’Iran dei pasdaran. Ad accogliere nuovamente a casa i dirigenti costretti all’esilio, oltre che a presiedere la storica riunione, è stato il leader di Hamas Ismail Haniyeh.
I tre punti dell’accordo
Tre sono i punti fondamentali che Hamas dovrà discutere: la proposta egiziana di riconciliazione con Fatah, il cessate il fuoco con Israele voluto da Mladenov in cambio di un allentamento del blocco imposto sulla Striscia e uno scambio di prigionieri. Netanyahu inoltre, vuole indietro le salme di due militari israeliani caduti in combattimento durante la guerra del 2014. Su questo punto si è detto inamovibile. Senza il ritorno a casa dei corpi dei suoi soldati l’accordo sarà destinato a naufragare.
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Ma andiamo con ordine: già il primo punto dell’accordo è difficilmente realizzabile. Come primo requisito per imbastire un dialogo di trattative, Al Sisi pretende che Hamas e Fatah tornino a dialogare e tentino di ragionare come una sola Nazione. Fino ad ora Israele ha avuto gioco facile dei palestinesi anche per questa ragione. Sembra però che i dirigenti politici palestinesi non vogliano minimamente prendere in considerazione questa ipotesi. Negli incontri di Gaza, Hamas ha accuratamente evitato di far entrare esponenti di altre fazioni palestinesi. Teoricamente Badran doveva tenersi costantemente in contatto con i dirigenti di Fatah, ma sembra che nessuna chiamata sia stata effettuata da Gaza City a Ramallah. Il timore dei dirigenti Hamas è quello di perdere le eventuali elezioni a Gaza previste dall’accordo. Se dovesse perdere il controllo della Striscia, il movimento di Ismail Haniyeh non avrebbe più nulla da mettere sul tavolo delle trattative.
Lo scontro tra Hamas e Fatah mette a rischio i colloqui
Dall’altra parte del Giordano, Fatah ha fatto sentire la sua voce e si dice contrariata per essere stata, di fatto, esclusa dalla trattativa che si sta svolgendo principalmente tra Hamas e gli israeliani.
Da Gaza intanto Hamas affida al suo portavoce, Sami Abu Zuhri, una nota in cui si legge che il movimento che governa la Striscia sarebbe “disgustato dalla posizione tenuta da Fatah, che non fa che istigare tensioni per mantenere Gaza in stato d’assedio. Fatah da anni sostiene una campagna mediatica sistematica contro Hamas”. Abu Zuhri ha poi accusato direttamente Abu Mazen definendolo “un leader scaduto”. Il riferimento è al fatto che Abu Mazen, eletto nel 2005, ha concluso effettivamente il suo mandato nel 2009. Accuse rispedite al mittente dallo stesso Abu Mazen: “Hamas non non è autorizzato a firmare alcun accordo con Israele perché non ha uno status rappresentativo”, ha detto al Jerusalem Post un alto funzionario di Fatah a Ramallah. “L’Anp è l’unico partito legittimo che rappresenta i palestinesi. Noi crediamo che il parlare di una tregua nella Striscia di Gaza fa parte di un disegno del regime israeliano e americano per far passare il piano di pace di Trump e trasformare così la causa palestinese da una questione politica in una questione umanitaria”.
L’accordo potrebbe dunque non reggere neppure l’urto del primo ostacolo: riavvicinare le due fazioni palestinesi. Se però miracolosamente dovesse riavviarsi una sorta di dialogo tra Hamas e Fatah, allora partirà la seconda fase dell’accordo, quella che prevede l’entrata in vigore di una tregua quinquennale tra Hamas e Israele lungo il confine della Striscia. Se così fosse il valico egiziano di Rafah e quello israeliano di Kerem Shalom si riaprirebbero, ossigeno puro per i polmoni devastati di Gaza e dei suoi abitanti.
“Se l’accordo non si farà sarà guerra”
Emissari israeliani intanto sono volati alla volta di Doha per sondare il terreno in vista di una possibile soluzione positiva dell’accordo. Il Qatar è tra i principali finanziatori della resistenza palestinese, da lì arrivano i soldi, lì si trova il centro nevralgico di tutto il sistema. La riuscita della tregua dipenderà molto da quello che gli emissari israeliani riferiranno. Proprio di questo hanno discusso i ministri israeliani insieme al gabinetto della sicurezza dello Stato ebraico e con il premier Benjamin Netanyahu nella tarda serata di domenica.
L’incontro si è concluso dopo due ore di consultazioni ma, stranamente, nessuna notizia è trapelata alla stampa. Netanyahu, che per poter partecipare all’incontro ha annullato un viaggio di Stato in Colombia, si è lasciato sfuggire una frase per nulla difficile da interpretare: “L’esercito è pronto per ogni evenienza”. Se l’accordo non si farà, sarà guerra, duqnue. Ancora una volta.
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