Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Benjamin Netanyahu “scavalcato” dagli Usa? Questa la notizia che sembrerebbe emergere dalla comunicazione di colloqui diretti, iniziati a gennaio, per la liberazione di cinque ostaggi statunitensi nelle mani di Hamas e che vedrebbero la diplomazia americana trattare direttamente con gli islamisti che governano Gaza. Un alto funzionario di Hamas lo ha comunicato ieri a Npr e Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, lo ha confermato ai giornalisti: Washington sta conducendo un negoziato privato.

Npr commenta che è “la prima volta nota che gli Stati Uniti si sono impegnati direttamente con Hamas da quando l’hanno designata come organizzazione terroristica nel 1997”, dato che è “una politica di lunga data degli Stati Uniti quella di non negoziare con gruppi che designano come terroristi”, come appunto Hamas. A guidare il negoziato c’è Adam Boehler, inviato speciale di Donald Trump per gli affari degli ostaggi, che a Doha ha incontrato emissari di Hamas a margine dei negoziati per la tregua e la Fase 2, ancora in un limbo, per la pace a Gaza.

Parliamo di una manovra politica di peso, il cui annuncio arriva poco dopo che Trump e i suoi hanno, assieme a Israele, respinto il piano dell’Egitto approvato dalla Lega Araba per una tregua duratura e la ricostruzione di Gaza, che rifiutava l’ambizione americana di deportare 2 milioni di cittadini palestinesi in altri Stati e ricostruire la Striscia come “Riviera” del Medio Oriente. La Casa Bianca ha rifiutato il progetto di Abdel Fattah al-Sisi ed è parsa inseguire sulla sua strada l’amministrazione governativa israeliana. Una mossa che ha posto in difficoltà la diplomazia americana in un contesto che vede il Medio Oriente cruciale per gli Usa e diversi Paesi, specie le monarchie del Golfo, pontieri tra Oriente e Occidente su molti dossier, come la mediazione tra Usa e Russia sull’Ucraina.

Far uscire la notizia dei colloqui diretti Usa-Hamas, che anche Axios nota essere “un altro passo che le precedenti amministrazioni non hanno compiuto” e che Trump ha promosso, serve a disaccoppiare, almeno in parte, l’immagine americana da quella israeliana. Sarebbe eccessivo sacrificare una diplomazia articolata in nome del massimalismo di Netanyahu. Ed è un segnale, quello di Trump, per mostrare che gli Usa guardano al mondo arabo, persino alle sue frange più radicali, come interlocutori. Segnale ben più forte di qualsiasi proclama pubblico o via social fatto dal Presidente. Resta da chiedersi quante siano le diplomazie americane in Medio Oriente: come si coniugano quella di Boehler sugli ostaggi, quella di Steve Witkoff per sostenere la ripresa dei colloqui della Fase Due, quella di Marco Rubio per inviare più armi a Tel Aviv e il personalismo del presidente? A Washington, ora più che mai, serve fare chiarezza.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto