Nell’attuale contesto globale di crisi internazionali che si sommano “l’Italia ha un ruolo molto importante e una potenzialità straordinaria che dobbiamo essere capaci di cogliere”, dice a InsideOver Marco Minniti, presidente della Med-Or Italian Foundation e attento conoscitore del contesto internazionale in cui il Paese si muove. A lungo deputato e già titolare della carica di Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica e ministro dell’Interno, Minniti analizza lo scenario strategico legato all’evoluzione del cessate il fuoco a Gaza, il possibile ruolo dell’Italia e i rischi e le opportunità in cui Roma si muove nel suo teatro di riferimento, ponendo l’attenzione su come la risoluzione della crisi di Gaza e il contributo del nostro Paese su questo dossier possano essere fondamentali per l’interesse nazionale.
Presidente, sono passati oltre due mesi dall’accordo di cessate il fuoco a Gaza. Che scenario si sta delineando?
“Ritengo gli accordi di Sharm-el-Sheikh un passaggio importante che ha costituito e continua a costituire un’opportunità rilevante per la comunità internazionale. Quella firma è intervenuta nel contesto di una guerra che era diventata drammatica dal punto di vista umanitario, con circa settantamila morti, in larga maggioranza donne e bambini, nella popolazione di Gaza. Il fatto che, in un contesto così tragico, sia stata raggiunta una tregua rappresenta comunque un punto di partenza, anche se questa tregua, nel corso di questi due mesi, è stata più volte violata. È un’opportunità importante anche perché, in una realtà in cui la fame è stata usata come arma di guerra, l’arrivo degli aiuti umanitari e la possibilità di un afflusso quasi quotidiano di assistenza alimentare, per quanto ancora insufficiente come le Nazioni Unite ci ricordano ogni giorno, costituiscono un piccolo ma significativo passo in avanti. È stato inoltre positivo vedere, nei giorni scorsi, alcune immagini che hanno restituito l’idea di una timida normalità che iniziava a riaffacciarsi nella comunità di Gaza”.
Che scenari di criticità presenta l’evoluzione del cessate il fuoco?
“Accanto a questi aspetti positivi, però, vi è sono elementi di criticità. Il dato umanitario, innanzitutto, non è migliorato. Gaza è stata recentemente colpita da una violenta tempesta invernale, un evento meteorologico normale per la stagione, ma che in un contesto segnato dalla presenza di milioni di tonnellate di detriti causati dai bombardamenti, con una popolazione costretta a vivere nelle tende e senza prefabbricati, ha prodotto danni devastanti. La tempesta ha colpito anche Israele, ma è evidente che l’impatto su Gaza sia stato molto più grave a causa delle condizioni strutturali della comunità. C’è poi il tema della stabilizzazione del cessate il fuoco in pace definitiva”.
Il delicato passaggio dalla “Fase 1” alla “Fase 2” che ha già fatto deragliare il cessate il fuoco di marzo…
Con l’accordo di Sharm el Sheikh si è deciso di separare due pilastri fondamentali. Il primo prevedeva il cessate il fuoco, il ripristino degli aiuti umanitari, il ritiro parziale delle forze israeliane da Gaza e l’istituzione della cosiddetta linea gialla. In questo primo pilastro rientravano anche la liberazione degli ostaggi israeliani e il ritorno a casa di un numero significativo di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Questa operazione, di enorme rilevanza dal punto di vista umano, è stata quasi completamente portata a termine. Purtroppo manca ancora il recupero del corpo di un ostaggio israeliano. Esiste una consapevolezza diffusa, anche negli ambienti israeliani, che in questo caso non vi sia un atteggiamento volutamente dilatorio da parte di Hamas, ma che le condizioni attuali di Gaza rendano estremamente difficile il ritrovamento di quel corpo. Un clima di generale adesione alle prescrizioni si è materializzato, ma la questione più rilevante, tuttavia, riguarda il secondo pilastro. La cui realizzazione appare ancora remota”.
Cosa pesa su questo ritardo nel pieno sdoganamento del cessate il fuoco e delle sue conseguenze?
“L’idea iniziale era di realizzare rapidamente il primo pilastro per poi arrivare alla firma del secondo e procedere verso un assetto di pace stabile e duraturo. In questo caso, però, la variabile tempo non ha giocato a favore del processo. Il fatto che siano trascorsi due mesi e più ha prodotto effetti negativi sul terreno. Per un’organizzazione come Hamas, due mesi rappresentano un periodo molto significativo”.
La dilatazione dei tempi rafforza Hamas?
“Una delle ragioni per cui Hamas aveva accettato l’accordo di Sharm el Sheikh era il forte isolamento in cui si trovava rispetto alla popolazione di Gaza, che aveva progressivamente compreso come il movimento la utilizzasse come scudo umano. Tuttavia, con l’inizio della tregua e l’arrivo degli aiuti umanitari, Hamas è tornata a svolgere un ruolo centrale nella distribuzione degli aiuti e nel garantire una forma di sicurezza sul territorio. Questo ha consentito all’organizzazione di recuperare consenso e presenza nella Striscia di Gaza, rendendo ancora più complesso il nodo centrale del secondo pilastro, cioè il disarmo di Hamas. Ciò che due mesi fa appariva difficile ma relativamente consolidato oggi è stato ampiamente rimesso in discussione”.
Ci sono scenari che lasciano intravedere un’evoluzione positiva?
“In questo contesto, è stato però molto importante che l’accordo di Sharm-el-Sheikh sia diventato una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È stato altrettanto importante che le Nazioni Unite siano tornate protagoniste in Medio Oriente, dopo un lungo periodo in cui non riuscivano a esprimere una posizione comune sulla regione. L’approvazione della risoluzione, pur con l’astensione di Russia e Cina, rappresenta un segnale significativo. Tra i punti della risoluzione figura la creazione di una forza di stabilizzazione incaricata di sostituire progressivamente l’esercito israeliano, che dovrebbe ritirarsi completamente da Gaza, e di garantire la sicurezza del territorio. Nei prossimi giorni è prevista una riunione molto importante tra il comando americano per il Medio Oriente e i potenziali partecipanti a questa forza di stabilizzazione”.
Come stanno, a suo avviso, evolvendo gli scenari riguardanti la costruzione della forza internazionalizzazione di stabilizzazione?
“Il clima iniziale era straordinariamente positivo: vi era quasi una corsa a partecipare alla forza di stabilizzazione, con l’ipotesi di coinvolgere anche Paesi musulmani asiatici. Oggi la situazione è profondamente cambiata. Alcuni Paesi arabi, dalla Giordania all’Arabia Saudita, hanno mostrato un raffreddamento della loro disponibilità. L’Egitto si sente direttamente chiamato in causa, ma permane una forte cautela”.
Per quale motivo, secondo lei?
“Le ragioni di questo raffreddamento sono due. La prima è che i Paesi arabi chiedono un riconoscimento chiaro della prospettiva dei due popoli, evocata nella risoluzione ONU ma non riconosciuta da Israele. Senza la certezza che l’esito finale del processo di pace sia quello di due Stati, per loro impegnarsi militarmente a Gaza è estremamente problematico. La seconda riguarda le dinamiche regionali e i rapporti politici, come dimostra il fatto che l’Arabia Saudita, pur avendo rafforzato la cooperazione con gli Stati Uniti anche in ambito militare, non parteciperà alla forza di stabilizzazione in assenza di questo obiettivo politico. Inoltre, la Turchia, che avrebbe potuto mettere in campo l’esercito più consistente, è stata esclusa dalla forza di stabilizzazione perché Israele non ritiene accettabile una presenza militare turca a Gaza, considerandola un problema serio. Questo crea ulteriori difficoltà nella composizione della forza.
Resta poi il problema del disarmo di Hamas…
“Per i Paesi arabi un confronto militare diretto con Hamas non è considerato plausibile. Una possibile via d’uscita potrebbe essere una forza di stabilizzazione che consenta il ritiro progressivo dell’esercito israeliano e affidi la sicurezza interna di Gaza alla polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese, formata anche grazie alla cooperazione con l’Unione Europea e al contributo italiano. Tuttavia, su questa ipotesi permangono forti riserve da parte israeliana. Dopo più di due mesi, è naturale che il quadro sul terreno sia cambiato radicalmente. Dobbiamo quindi dirci con grande chiarezza che quell’opportunità, pur rimanendo importante, non garantisce automaticamente l’avvio di un processo di pace stabile. Siamo davvero sul filo del rasoio”.
Un altro tema centrale è quello dell’autorità per la ricostruzione, che sarà presieduta da Donald Trump. Come vede lo scenario?
“È stato molto importante che il Presidente degli Stati Uniti abbia accettato di presiederla. Non si tratta di una scelta di facciata, ma di una vera sfida, perché guidare il processo di ricostruzione richiede un impegno enorme. Da un lato occorre mobilitare risorse, coinvolgendo in modo decisivo i Paesi del Golfo; dall’altro è essenziale che la forza di stabilizzazione abbia una spina dorsale araba, altrimenti verrebbe percepita come una forza di occupazione. Se la componente araba sarà centrale, la popolazione di Gaza potrà percepire questa presenza come un’interlocuzione amica. In questo quadro, la presenza della polizia palestinese diventa fondamentale per garantire la sicurezza quotidiana. Se queste condizioni saranno rispettate, sarà anche più naturale per i Paesi del Golfo investire nella ricostruzione”.
Chi potrà supportare attivamente questo processo? Vede un ruolo per l’Italia e l’Unione Europea?
“In questo processo è cruciale il ruolo dell’Italia e dell’Unione Europea. L’Italia è oggi percepita positivamente sia da Israele sia dalla popolazione di Gaza, grazie al lavoro umanitario svolto e al rapporto storico con Israele. Accanto all’Italia, è decisivo che vi sia un forte coinvolgimento dell’Unione Europea nella cabina di regia della ricostruzione. La presenza italiana ed europea rafforza la prospettiva della soluzione “due popoli e due Stati” e contribuisce a dare credibilità a un percorso politico che, pur tra enormi difficoltà, rimane l’unica strada possibile per una pace duratura. Dobbiamo guardarci dal fatto che la Linea Gialla divida una Gaza controllata da Israele ricostruibile e una no. Il Mondo arabo non potrebbe accettare la separazione di Gaza tra una parte destinata alla ricostruzione ed una abbandonata a sé stessa. Metterebbe in serissima difficoltà i governi arabi nei rapporti con le popolazioni. È politicamente rilevante che Italia e Europa siano nella cabina di regia della ricostruzione per consolidare percorso verso due popoli due Stati, strategia avallata sia da Roma che da Bruxelles”.
Per Roma lo scenario che insiste su Gaza fa riflettere sulle prospettive del Paese. Trovandosi al centro del Mediterraneo l’Italia si trova di fronte a grandi crisi e grandi sfide per la sua politica estera. Che sfide e opportunità si aprono per Roma?
“Per la prima volta dal 1945 sono in corso una guerra nel cuore dell’Europa e una nel cuore del Mediterraneo, segno che un vecchio ordine mondiale è finito per sempre. Non tornerà mai più. Se vogliamo costruire un’idea di pace che guardi al futuro dobbiamo costruirne uno nuovo. In questo ambito, non è possibile farlo senza un’apertura al dialogo tra l’Occidente e il Sud Globale. Questa fase storica ci presenta un rinnovato ruolo strategico della geopolitica, del Mediterraneo, del rapporto dell’Italia e dell’Europa con l’Africa. La collocazione geostrategica di un Paese, cruciale nel caso italiano, aumenta il valore sistemico della sua politica estera tanto quanto possano farlo altri determinanti della potenza come lo sviluppo economico. La missione storico-politico dell’Italia è essere il ponte tra Occidente e Sud del mondo, lavoro che oggigiorno può essere strategico per la stabilità del pianeta. Nel nostro estero vicino, del resto, si sommano tre partite cruciali per l’ordine globale: quello degli equilibri demografici, quello delle materie prime sull’asse Africa-Europa, la questione del rafforzamento della sicurezza collettiva contro le minacce terroristiche che hanno il loro principale incubatore nel Sahel. Partite cruciali, a cavallo tra Mediterraneo, Medio Oriente, Africa. In cui l’Italia si può muovere in nome del suo interesse e di quello dell’Europa. Contribuendo alla stabilità del sistema globale”.