Se pensate che lo scontro politico che ha infuocato l’America in questi lunghi mesi di campagna elettorale si sia spento con l’elezione di Donald Trump e la sconfitta di Kamala Harris, vi sbagliate e anche di tanto. Il governatore democratico della California, Gavin Newsom, non ha atteso nemmeno 48 ore dalla vittoria del tycoon per annunciare la convocazione di una sessione straordinaria dei legislatori del Golden State per arginare e fare ricorso per vie legali contro le politiche conservatrici che la prossima amministrazione Trump si appresterà a implementare. In una nota che è stata diffusa in modo capillare dai media statunitensi, Newsom ha dichiarato che “le libertà a cui teniamo in California sono sotto attacco e non resteremo con le mani in mano”, mentre esponenti del suo entourage hanno fatto trapelare che il tentativo del governatore è quello di rendere “a prova di Trump” le leggi progressiste della California in materia di aborto, immigrazione e lotta al cambiamento climatico.
Newsom – numero uno dello Stato del Sole dal 2019 dopo essere stato vice governatore per nove anni e sindaco di San Francisco per otto – e il procuratore generale Rob Bonta avevano già dato del filo da torcere a Trump durante la sua prima amministrazione avviando una sfilza lunghissima di cause legali contro il Governo federale, tanto da indurre parte dell’opinione pubblica californiana a pensare che il braccio di ferro fosse più pretestuoso che realmente finalizzato a tutelare i diritti e le prerogative della cittadinanza. Pretesti o azioni mosse da sani principi che fossero, sta di fatto che nel giro di poco tempo Newsom è diventato un astro nascente del Partito Democratico, dopo aver fatto dello Stato della costa occidentale il fortino più liberal del Paese e aver intessuto legami molto stretti con la cuspide dei democratici (non a caso, il governatore vanta un legame di parentela con l’ex potentissima Speaker della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi).
La prima grande diatriba con Trump, Newsom la ebbe ai tempi della pandemia in quanto fu tra i primi a promuovere le chiusure e a limitare gli spostamenti dei cittadini, tanto da suscitare la reazione irritata dell’allora inquilino della Casa Bianca che si era sempre dimostrato riluttante a promuovere la politica dei lockdown. Dopo il ribaltamento nel 2022 da parte della Corte Suprema della sentenza Roe v. Wade che sanciva la legittimità costituzionale del diritto all’aborto, Newson si è lanciato nell’impresa di promuovere degli spot pubblicitari pro abortisti negli Stati a maggioranza repubblicana, per sensibilizzare il pubblico sui diritti riproduttivi delle donne al cospetto di leggi volte a restringere l’interruzione volontaria di gravidanza, scontrandosi in un acceso dibattito con il governatore della Florida Ron De Santis, trasmesso su Fox News.
Attenzione, però, perché la considerazione che hanno i progressisti che vivono al di fuori dello Stato del Sole è diversa da quella che hanno i suoi abitanti. Secondo un sondaggio pubblicato dal Los Angeles Times, il 49% dei californiani disapprova l’operato del governatore per questioni che hanno a che fare con la quotidianità e il tenore di vita. Le metropoli come Los Angeles e San Francisco, negli ultimi tempi, hanno registrato dei picchi di delinquenza rispetto ai quali i cittadini hanno chiesto l’applicazione di pene e misure più severe per reprimere il crimine. A tal proposito, Newsom si è limitato a parlare di percezioni errate da parte degli abitanti come riportato dal San Francisco Chronicle.
Per quanto riguarda l’economia, Newsom si vanta del Pil californiano che fa del Golden State la quinta economia più competitiva del mondo. Ma è proprio in California che si ha il più alto tasso di povertà della federazione e un’ipertassazione che sta sollecitando abitanti e aziende a trasferirsi in altri Stati, per lo più a guida repubblicana come il Texas e la Florida. Nonostante questo quadro, Newsom sembra più determinato che mai a portare avanti le politiche green che saranno un ulteriore salasso per il ceto medio già stretto nella morsa dell’inflazione.
Indubbiamente, il progetto di di stanziare cospicui fondi di denaro pubblico al Dipartimento di giustizia californiano e di intessere una rete di alleanze con i colleghi governatori e i procuratori generali degli Stati blu per contrastare in tribunale le riforme trumpiane, proietta Newsom nell’arena in cui i democratici si sfideranno per individuare tra loro un nuovo alfiere, proprio adesso che sono costretti ad ammainare la loro bandiera dalla più prestigiosa istituzione, la Casa Bianca. Potrebbe essere Newsom, date le circostanze? Certamente il governatore gode della fiducia dell’establishment del partito dell’asinello, ma secondo intellettuali e studiosi di scienza politica, in una futura competizione elettorale con la controparte repubblicana, Newsom incontrerebbe troppi ostacoli a causa di un’agenda troppo liberal e intrisa di cultura woke che per molti non starebbe giovando alla California, e l’epilogo sarebbe lo stesso di Kamala Harris. Proprio su questo tema, i democratici dovrebbero fare una profonda riflessione sulla perdita di empatia con la classe operaia e media che oggi vota repubblicano, indipendentemente se sarà Newsom il loro portabandiera.
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