L’Europa predica bene ma razzola male. A pochi mesi dall’entrata in vigore del tanto sbandierato divieto alle importazioni di gas naturale liquefatto (LNG) russo, fissato per il 1° gennaio 2027, i dati dei flussi commerciali raccontano una storia diametralmente opposta. Secondo una nuova analisi del think tank finlandese Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), riportata dalla Berliner Zeitung, l’Unione Europea non solo non ha ridotto la dipendenza ma sta anzi incrementando gli acquisti, con la Spagna in veste di nuovo grande acquirente.
A marzo, le importazioni di LNG russo in Spagna sono letteralmente esplose: +124% rispetto a febbraio, per un valore di circa 355 milioni di euro. Il terminale di Bilbao ha fatto da traino, mentre l’impianto di Sagunto ha ricominciato a ricevere carichi russi per la prima volta da agosto 2024. Con questi numeri, Madrid ha scavalcato Parigi, diventando il primo importatore europeo del combustibile del Cremlino.
L’Europa, migliore cliente di Mosca
Il caso spagnolo non è isolato ma il sintomo di una tendenza di fondo. Nonostante la retorica bellica e le pressioni per smantellare il “regime di Putin”, il think-tank finlandese rivela che circa il 49% delle esportazioni mondiali di LNG russo finisce proprio nei porti europei – una quota doppia rispetto a quella che arriva in Cina. Francia e Belgio restano attori di primo piano (287 e 219 milioni di euro rispettivamente), mentre l’Ungheria si conferma fedelissima al gasdotto TurkStream, con acquisti fossili da Mosca per 297 milioni di euro, piazzandosi al secondo posto nell’Ue.
Di fronte a questo scenario paradossale – sanzioni annunciate e acquisti in forte aumento – il fronte industriale europeo inizia a creparsi. A gettare benzina sul fuoco è stato il numero uno del colosso energetico italiano Eni, Claudio Descalzi, con un intervento che suona come un ultimatum a Bruxelles. Come ha spiegato Giuseppe Gagliano su InsideOver, le parole di Descalzi sono un vero e proprio bagno di realismo.
«Io penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di LNG che vengono dalla Russia», ha dichiarato Descalzi. Il ragionamento del manager è dettato da un sano pragmatismo: chi produrrà quei 20 miliardi di metri cubi che mancheranno? «Dal Qatar ci mancano 6,5 miliardi di metri cubi di gas – ha spiegato –. Ma chi va a produrre questi 20 miliardi dalla Russia?». Per Descalzi, in una fase di «situazione straordinaria» come quella attuale, mantenere una posizione radicale e dogmatica rischia di essere autolesionista. «Sospendiamo un attimo di darci martellate in testa? Riprendiamo dopo, quando abbiamo l’elmetto!», ha esclamato, lanciando anche un appello a rivedere il sistema Ets (il mercato del carbonio). «Non dico che deve essere cancellata, ma deve essere sospesa o redistribuita, per non penalizzare un settore industriale che già deve pagare molto l’energia».
E la posizione del governo italiano? La premier Giorgia Meloni ha replicato dal Vinitaly di Verona, affermando: «Non dobbiamo dimenticare, benché io ovviamente capisca il punto di vista di Descalzi, che la pressione economica che noi abbiamo esercitato sulla Russia in questi anni è alla fine l’arma più efficace che abbiamo per costruire pace, per cui dobbiamo fare molto attenzione a come ci muoviamo», ha risposto.
Il paradosso tedesco e l’effetto Iran
Mentre l’Italia chiede pragmatismo, la Germania assiste inerme. Berlino, ufficialmente, non importa più gas russo. Tuttavia, il colosso statale Sefe (ex Gazprom Germania) ha ancora un contratto valido per l’LNG artico. Il gas arriva in Europa via altri terminali e, in vista del bando del 2027, Sefe si è già trincerata dietro la clausola di Force Majeure, cercando riparo sotto l’ala del ministero dell’Economia guidato da Katherina Reiche (Cdu).
La molla dell’impennata delle importazioni è anche congiunturale. Il think tank Crea sottolinea che le entrate fiscali di Mosca da fonti fossili sono balzate del 52% a marzo rispetto al mese precedente, non tanto per un aumento dei volumi (+16%), quanto per l’impennata dei prezzi legata alle tensioni in Iran. Paradossalmente, dunque, la sciagurata guerra Usa-Israele contro la Repubblica Islamica è stata anche un regalo, almeno da questo punto di vista, per le casse del Cremlino.
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