Il Libano è un Paese centrale nella politica del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale, ma sul fronte del gas e del petrolio, attori determinanti delle scelte geopolitiche regionali, non ha mai avuto grande importanza. Tuttavia, il Libano potrebbe iniziare presto ad averne e a trasformarsi in un “game changer” della politica di uno dei settori più bollenti del mondo. Il motivo è da ricercare non nel suo territorio ma nelle sue acque. Il Mediterraneo orientale, come si sa, è considerato uno dei più vasti e inutilizzati giacimenti di combustibile fossile del mondo. Come riportato da Eastwest, che cita uno studio dell’Us Geological Survey, nel Bacino del Levante, tra Egitto e Siria, “vi sarebbe una disponibilità di combustibile fossile pari a 122 trilioni di metri cubi di gas naturale e una quantità di petrolio equivalente a 1,7 miliardi di barili”. Cifre astronomiche che avrebbero – e già iniziano ad avere – un impatto formidabile sulla politica energetica degli Stati rivieraschi ma anche di tutti gli Stati coinvolti nella commercializzazione e importazione di oro nero e oro blu, in particolare l’Europa. E il Libano, che secondo uno studio di Credit Libanais Bank potrebbe incassare 100 miliardi di dollari nei prossimi 20 anni, non può certo escludersi dalla corsa all’accaparramento delle fonti.

Gli studi dimostrano che, di quei trilioni di metri cubi di gas e di quei miliardi di barili di petrolio potenzialmente estraibili dal Levante, il Libano avrebbe sotto il fondale delle sue acque territoriali una buona quantità. Si parla di circa 850 miliardi di metri cubi di gas e 660 milioni di barili di petrolio. Cifre che non lo trasformerebbero in una potenza energetica, ma che certamente influirebbero in maniera sensibile sull’economia di un Paese che vede un debito pubblico in netta crescita e una situazione economica abbastanza stagnante, anche a causa di una situazione politica del tutto peculiare e difficile da sostenere. Nel 2017 qualcosa è cambiato, sia a livello interno che internazionale, dando modo al Libano di iniziare la sua lenta e difficile risalita nei Paesi produttori ed esportatori di idrocarburi. Come primo atto, il governo ha dato l’ok all’esplorazione dei fondali marini, concedendo a Eni, Novatek e Total – non a caso un’italiana, una francese e una russa, vista l’importanza dei due Stati europei in Unifil e dei russi in Medio Oriente – i primi blocchi in cui è stata suddivisa l’area sotto la giurisdizione libanese. “L’accordo di esplorazione e produzione tra il governo libanese e il consorzio sarà firmato alla fine di gennaio, mentre l’esplorazione dovrebbe iniziare a metà del 2019 e la produzione nel 2021-22” riporta il sito Al Monitor. Nel frattempo, è giunta anche una novità anche sul fronte internazionale per Beirut nella disputa sulle acque territoriali con Israele. A marzo dello scorso anno, il governo libanese aveva fatto appello alle Nazioni Unite per trovare un accordo con Israele riguardo alla delimitazione della zona economica esclusiva (Zee). Sempre secondo Al Monitor, in realtà una prima riunione in ambito Onu ci sarebbe stata a fine dicembre. Una notizia non di poco conto poiché i due Stati non riconoscono vicendevolmente le rispettive Zee e c’è un’area di 860 chilometri quadrati, che ha come vertice il promontorio di Rosh Hanikra, che entrambi ritengono di propria spettanza. L’area in questione, per gli esperti, potrebbe avere un volume di idrocarburi per un valore di circa 600 miliardi di dollari. Una cifra che fa comprendere bene l’importanza di questa disputa nel confronto già molto duro fra Israele e Libano.

La corsa energetica del Libano sconta per ora problemi di non poco conto. Il primo, evidentemente, è il rapporto con Israele. A Tel Aviv sono tutti consapevoli del fatto che in questi anni Israele può trasformarsi in un fondamentale attore della geopolitica del gas nel Mediterraneo orientale. Vuole esserlo, si è già attivata tramite accordi internazionali con Cipro, Grecia, Italia e Unione europea e ha intenzione di difendere, anche militarmente, i suoi diritti sulle proprie acque. Senza accordo con Israele, specialmente sul blocco n.9 di esplorazione, il rischio di scatenare una disputa è molto alto e, in questo caso, con il rischio di declinare il tutto come l’ennesimo motivo per scatenare una guerra tra i due Paesi. Ma è difficile chiedere quando si ha davanti un governo come quello di Netanyahu e uno Stato molto restio a qualsiasi tipo di concessione nei confronti dei suoi vicini. Soprattutto con le forze armate israeliane che si esercitano continuamente per una potenziale guerra con Hezbollah e in territorio libanese.

Come se non bastasse, il Libano poi ha anche fondamentali divisioni interne che alimentano le difficoltà nel trovare una quadra alla politica energetica, in particolare nella divisione fra il presidente Michel Aoun e il presidente del parlamento, Nabih Berri. “Aoun vuole mantenere il processo di esplorazione del petrolio e del gas nel Ministero dell’Energia, che è stato sotto l’influenza del suo movimento politico dal 2009, mentre Berri cerca di fondare istituzioni alternative che gli permettano di esercitare il controllo sul processo”, secondo Al Monitor. Il prossimo parlamento, che sarà eletto nel maggio di quest’anno, avrà anche questo importante processo energetico da gestire e risolvere. Ma i venti di guerra con Israele e l’assedio finanziario e politico degli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita su Hezbollah – e, in sostanza, anche sul Libano in senso lato – non remano a favore di questo futuro di Beirut come rinnovato attore mediorientale.

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