Le dimissioni di Tulsi Gabbard da Direttrice dell’Intelligence Nazionale arrivano in un momento simbolico. Mentre il secondo mandato di Donald Trump si avvicina alla sua metà naturale, una delle figure più rappresentative della squadra chiamata a riformare Washington lascia il proprio incarico per motivi familiari.
La decisione di Gabbard, legata alle condizioni di salute del marito Abraham Williams, merita rispetto umano prima ancora che politico. Ma inevitabilmente apre una riflessione più ampia: a quasi due anni dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, a che punto è il progetto di trasformazione dello Stato federale promesso agli americani?
La rivoluzione promessa
Donald Trump non è tornato alla Casa Bianca promettendo una semplice alternanza di governo. Ha promesso una profonda ristrutturazione degli apparati federali, una maggiore trasparenza, il ridimensionamento del potere delle burocrazie permanenti e una nuova responsabilità delle istituzioni verso i cittadini.
Per realizzare questo progetto ha scelto figure che non provenivano necessariamente dall’establishment tradizionale: Tulsi Gabbard, Pam Bondi, Kristi Noem, Dan Bongino e altri protagonisti della prima fase dell’amministrazione. Erano nomine che avevano un significato preciso: non amministrare l’esistente, ma cambiarlo.
Il paradosso del giro di boa
Oggi però, proprio mentre il mandato entra nella sua fase decisiva, molte di quelle figure non sono più al centro della scena.
La domanda diventa inevitabile. Le loro uscite rappresentano il segno che il progetto rivoluzionario si sta esaurendo oppure indicano che il lavoro preliminare è stato completato e che ora si entra nella fase della costruzione?
È probabilmente troppo presto per dare una risposta definitiva. Da un lato, nessuno può sostenere seriamente che la rivoluzione promessa sia stata completata. Le grandi riforme strutturali dello Stato amministrativo americano sono ancora un processo in corso. Molti degli obiettivi annunciati nel 2024 richiedono tempi più lunghi di un singolo ciclo elettorale.
Dall’altro lato, sarebbe difficile negare che il terreno politico e culturale sia cambiato rispetto a pochi anni fa. Temi che un tempo erano considerati marginali — trasparenza delle agenzie federali, responsabilità dell’intelligence, controllo democratico della burocrazia, declassificazione dei documenti governativi — oggi occupano il centro del dibattito nazionale.
Il ruolo di Tulsi Gabbard
In questo contesto, Tulsi Gabbard ha svolto un ruolo particolare. La sua missione non era semplicemente gestire l’intelligence americana, ma contribuire a ricostruire la fiducia del pubblico verso istituzioni che per molti anni erano finite al centro di polemiche e controversie.
I suoi sostenitori ritengono che abbia contribuito ad aprire dossier che difficilmente sarebbero stati affrontati da una leadership più tradizionale. I suoi critici contestano il metodo e alcune scelte politiche. Ma anche tra gli avversari pochi negano che il suo passaggio abbia lasciato un segno.
La vera domanda
Forse la questione più interessante non è chi prenderà il posto di Tulsi Gabbard.
La vera domanda è un’altra. Le figure che oggi stanno lasciando i loro incarichi hanno semplicemente occupato delle posizioni di potere oppure hanno preparato il terreno per cambiamenti destinati a sopravvivere alla loro permanenza?
In altre parole: sono state protagoniste di una parentesi politica o dell’inizio di una trasformazione più profonda? È questa la domanda che accompagnerà la seconda metà del mandato Trump.
Perché il giudizio finale non dipenderà soltanto da ciò che Tulsi Gabbard, Dan Bongino, Kristi Noem o Pam Bondi hanno fatto mentre erano al governo. Dipenderà soprattutto da ciò che resterà dopo di loro.
Se le loro battaglie avranno modificato in modo permanente il funzionamento delle istituzioni federali, allora saranno ricordati come gli architetti di una trasformazione. Se invece il sistema tornerà rapidamente alle dinamiche precedenti, il loro passaggio rischierà di apparire come una parentesi intensa ma incompiuta. Ed è proprio qui, al giro di boa del secondo mandato Trump, che si gioca la partita più importante. Non quella delle nomine, ma quella dell’eredità.
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