Il G7 si conclude con un comunicato finale in cui sembrano chiari gli obiettivi, molto meno gli strumenti con cui essi devono essere raggiunti. È tipico della maggior parte dei documenti che concludono summit internazionali di questa portata: difficilmente un incontro internazionale con leader di diverse vedute e con paesi così differenti tra loro può terminare con un’agenda precisa e dettagliata. Mancano tempistiche certe, mancano linee sul raggiungimento di alcuni obiettivi di politica internazionale e per la risoluzione delle crisi. E anche sulle questioni più “globali”, come il cambiamento climatico e la transizione ecologica, non appare esserci una presa di posizione netta su cosa debba essere messo in atto e in quanto tempo.

Tuttavia, quello che si evince da questo summit è che l’idea di Joe Biden di mettere mano ai dossier internazionali blindando l’Occidente dalle sirene orientali sembra avere avuto un seguito. Quantomeno nei principi. E soprattutto rinnegando Donald Trump. Il documento, infatti, è costruito sull’idea che i democratici americani hanno del mondo. E al netto delle divergenze sulle azioni concrete da mettere in campo per compiere quanto proposto nel consesso, è chiaro che rispetto agli incontri dell’era Trump sia cambiato qualcosa. Quel senso di destino manifesto tipico della strategia Usa a guida dem è piombato di nuovo come un macigno sulla politica internazionale. Ed è la stessa logica evidenziata da Biden nel suo editoriale sul Washington Post prima del tour europeo, in cui non ha nascosto il desiderio che si tornasse a guardare all’America non solo come alleata, ma anche come potenza leader dell’Occidente. Un blocco composto dalle “democrazie”, questo il concetto espresso in modo più deciso da Biden, contro le potenze autocratiche e i regimi di tutto il mondo.

Lo stesso presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, ha ribadito la stretta cooperazione tra alleati sul fronte orientale pur ribadendo, come anticipato in queste ore, che non si è scelta “una strada particolarmente dura verso la Cina, perché con la Cina dobbiamo cooperare. Dobbiamo farlo in vista del G20, della lotta ai cambiamenti climatici, anche in vista della ricostruzione del mondo dopo la pandemia. Ma lo faremo in maniera franca, dicendo qual è la nostra visione del mondo”. Un concetto, quello della franchezza, che ricorda molto da vicino il pensiero del premier espresso nei confronti di Recep Tayyip Erdogan e che trova nuova linfa proprio nelle frasi del presidente americano. “Sulle cose che non condividiamo, l’ha detto bene Biden in una frase, il silenzio è complicità” ha ribadito Draghi. “Si è scritto tanto della nostra posizione, si è parlato di divisioni, io credo che il comunicato riflette la posizione nostra ma quella di tutti in particolare rispetto alla Cina in generale nei confronti di tutte le autocrazie, che usano la disinformazione, i social media, fermano gli aerei in volo, rapiscono, uccidono, non rispettano i diritti umani, usano il lavoro forzato”. “Nessuno disputa che la Cina debba essere una grande economia, quello che è stato messo in discussione sono i modi che utilizza, è una autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali, non condivide la stessa visione del mondo che hanno le democrazie“.

Lo “statement” finale ricalca questa visione di insieme e l’idea che gli Stati Uniti siano tornati a guidare il cosiddetto ordine liberale internazionale. Di fatto il documento è un’ampia gamma di obiettivi perfettamente ascrivili all’agenda estera di Biden temperata dalle richieste europee di non calcare troppo la mano con quelli che per il Vecchio Continente sono partner. Richieste che in ogni caso appaiono poco nette nel testo, visto che sono chiari i riferimenti alla Cina – menzionata quattro volte – alla Russia, all’Iran, alla crisi ucraina e alla Bielorussia, fino al Mar Cinese Meridionale e alla libertà di navigazione. Tematiche che per Washington sono prioritarie così come per tutto il mondo, ma che in questo documento sono descritte in una chiara accezione atlantica. Si fa riferimento all’Indo-Pacifico, regione strategica creata ad hoc dagli Stati Uniti in funzione anti-cinese, e mai all’Asia. Quasi a voler scolpire la presa di coscienza che esistano più aree strategiche in grado di circondare il gigante cinese. Su Pechino si parla in modo molto chiaro di politiche commerciali sleali e di diritti umani da rispettare a Hong Kong e nello Xinjiang. Per quanto concerne le crisi con la Russia, si fa riferimento all’integrità territoriale ucraina e alla richiesta di smobilitare dalla Crimea, definendo inoltre Mosca non come un mediatore per la risoluzione del conflitto ma come parte e complice di esso. Un segnale che quindi mette in dubbio anche il cosiddetto “formato Normandia”. Sull’Iran, il comunicato finale esprime il pieno impegno affinché Teheran non abbia mai l’atomica. E per quanto riguarda la la pandemia da Covid-19, l’obiettivo posto dal summit è duplice. Da un lato evitare che tutto questo possa riaccadere, coordinandosi a livello mondiale sia sulle informazioni che sulle tecnologie per contrastare l’esplodere di nuove emergenze sanitarie. Dall’altro lato anche un piano che sa di sfida sistemica: portare i vaccini nei paesi poveri e quindi estromettere altre potenze dalla complessa e decisiva diplomazia sanitaria.

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