Il G7 di Kananaskis, in Canada, doveva essere un vertice dedicato all’economia globale e alla sicurezza collettiva, ma si è trasformato nell’ennesimo palcoscenico per la politica muscolare di Donald Trump. Il presidente statunitense ha lasciato l’incontro in anticipo, salendo sull’Air Force One prima ancora della conclusione dei lavori, e ha riservato parole al vetriolo per Emmanuel Macron, accusato di “voler farsi pubblicità” e di aver “completamente frainteso” i motivi della sua partenza. In sottofondo, l’ombra lunga della guerra tra Israele e Iran, che minaccia di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente — e, con essi, le gerarchie internazionali.
Il casus belli diplomatico: Macron mediatore, Trump lo smentisce
La versione francese dei fatti, confermata da fonti dell’Eliseo, raccontava di un Trump impegnato in una missione diplomatica urgente, finalizzata a negoziare un cessate il fuoco tra Israele e Iran. Secondo Macron, gli Stati Uniti sarebbero pronti a usare la loro influenza su Tel Aviv per ottenere un congelamento delle ostilità. Una dichiarazione pubblica, fatta ai giornalisti durante il summit, che ha provocato la reazione furiosa del tycoon: “Macron sbaglia sempre. Non sto tornando per un cessate il fuoco. È molto più grande di così”, ha scritto Trump su Truth Social.
Dietro queste frasi, apparentemente impulsive, si cela una profonda divergenza strategica tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre Parigi cerca di salvare un ruolo per l’Europa nella gestione della crisi mediorientale, Washington, sotto Trump, ribadisce la centralità unilaterale degli Stati Uniti, smarcandosi da qualunque forma di mediazione multilaterale. Non è solo una questione di stile, ma di visione del mondo.
L’Unione Europea a margine: tra illusioni diplomatiche e impotenza strategica
Il gelo tra Trump e Macron rappresenta una battuta d’arresto per gli sforzi europei volti a rientrare nel gioco geopolitico del Medio Oriente. Da anni l’UE cerca di posizionarsi come attore di equilibrio, ma si trova costantemente scavalcata da iniziative bilaterali (Stati Uniti-Iran, Russia-Turchia, Israele-Emirati) che la relegano a osservatore. Il tentativo di Macron di porsi come “sussurratore di Trump”, una formula giornalistica ormai consunta, appare oggi per quello che è: una strategia che non ha più presa su un leader americano impermeabile a ogni logica di alleanza tradizionale.
Anche sul fronte delle sanzioni alla Russia, la frattura è evidente. Bruxelles preme per un nuovo inasprimento delle misure economiche, puntando a ridurre il tetto del prezzo del greggio russo da 60 a 45 dollari. Ma Trump non ci sta: “Sanzionare un Paese costa agli Stati Uniti miliardi di dollari”, ha dichiarato, chiedendo che siano gli europei a prendersi la responsabilità del confronto economico con Mosca. È un messaggio chiaro: l’America trumpiana non intende più sobbarcarsi il costo dell’ordine mondiale — né in termini finanziari, né in termini strategici.
L’asse Parigi-Berlino-Londra cerca voce, ma resta diviso
In questo contesto, le parole del premier britannico Keir Starmer suonano come una timida risposta all’unilateralismo trumpiano: “La Russia non ha tutte le carte in mano”, ha dichiarato, auspicando maggiore pressione economica su Mosca. Ma manca un fronte comune europeo. Ursula von der Leyen, pur criticando Pechino per le sue politiche commerciali distorsive, ha cercato di trovare un terreno di dialogo con Trump, lodando il suo atteggiamento verso la Cina. Un approccio conciliante che nasconde la realtà di un’Europa divisa, fragile, e sempre più incapace di dettare l’agenda.
Un vertice svuotato, una crisi che incalza
Il G7, che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta nella risposta collettiva alle crisi internazionali — dall’Ucraina al Medio Oriente, fino alla ridefinizione delle catene globali del valore — si è concluso in una sorta di stallo. La partenza anticipata di Trump, le polemiche con Macron, i distinguo su Russia e Cina, tutto concorre a descrivere un’alleanza occidentale più sfilacciata che mai. In mezzo, la crisi israelo-iraniana continua a covare, minacciando di infiammare un’intera regione e di trascinare il mondo in una nuova spirale bellica.
La verità è che nessuno, oggi, ha una strategia coerente per il Medio Oriente. Né Trump, impegnato a capitalizzare politicamente il caos, né Macron, che cerca spazio laddove non ne ha più. E tantomeno l’Unione Europea, che fatica a comprendere che la posta in gioco non è solo diplomatica, ma esistenziale: se non riuscirà a parlare con una sola voce, resterà per sempre ai margini della storia.