Il G20 in Brasile è stato una vittoria a metà per il padrone di casa e grande protagonista della rassegna, il capo di Stato brasiliano Lula. I leader riuniti al Museo delle Arti Moderne di Rio de Janeiro il 18 e 19 novembre hanno prodotto una dichiarazione finale che non ha conosciuto defezioni, nonostante l’opposizione verbale del presidente argentino Javier Milei, e fissa nero su bianco molte priorità del presidente del gigante latinoamericano. Ma il clima politico lascia presagire tempi difficili per ogni forma di multilateralismo.
Lula incassa il via libera all’Alleanza globale contro la povertà, ottiene un sostegno politico non secondario all’idea della tassazione dei miliardari più ricchi del pianeta per finanziare la lotta alle disuguaglianze consigliatagli da Gabriel Zucman, economista francese e superconsulente della presidenza brasiliana, e ha anche ottenuto l’apertura del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres a una riforma delle principali istituzioni internazionali.
E non finisce qui. Brasilia riceve il sostegno dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) per la mossa di mettere il tema della povertà al centro dell’agenda del summit e aver aperto a un’espansione degli investimenti delle banche multilaterali di sviluppo per i temi di sviluppo sostenibile al centro dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Ma al contempo, i temi legati all’animosità internazionale che si sono voluti tenere fuori dalla porta del summit sono giocoforza rientrati dalla finestra. Nei due giorni del G20, ai margini delle discussioni al Museo delle Arti Moderne di Rio de Janeiro, si è avuto il semaforo verde di Joe Biden agli attacchi ucraini in Russia con missili a stelle e strisce e la revisione aggressiva della dottrina nucleare di Mosca.
Dall’Ucraina a Gaza, il consenso dei big della Terra sulle grandi questioni geopolitiche è minimo e questo, unito alla presenza di Paesi rivali in seno al G20, impone di riflettere sulla concreta fragilità di un meeting che ha visto tante buone intenzioni ma potrebbe rappresentare il canto del cigno del consenso multilaterale e non il suo rilancio. Nella consapevolezza che molte partite si giocheranno a livello di relazioni bilaterali, le grandi potenze del pianeta divideranno sempre più momenti di forma, come il G20, e momenti di sostanza. Non a caso Joe Biden e Xi Jinping hanno scelto un altro forum, l’Apec, per il loro ultimo incontro dopo un rapporto politico iniziato nel 2011. La vittoria di Lula è dimezzata dal fatto che il sistema in cui ha giocato la sua partita si è dimostrato fragile di fronte alle crisi del mondo. E il futuro non promette svolte decisive.

