Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Il presidente russo Vladimir Putin gioca una delle sue partite più complesse ed estese. La crisi in Kazakistan, che si unisce al duello con gli Stati Uniti per il destino dell’Ucraina, è solo l’ultimo incendio che Mosca prova a domare agli angoli del suo immenso impero. Quello spazio prima sovietico, poi post-sovietico, che il Cremlino tenta di blindare rispetto a nuovi tentativi di regime change o rivoluzioni, oppure che prova ad allargare, incuneandosi negli spazi lasciati vuoti da potenze e superpotenze.

Il rischio di dover domare troppi “incendi”

Per la Russia si tratta di un lavoro difficile, estremamente articolato e in cui di fatto è sola. Rispetto alle altre superpotenze, Cina e Stati Uniti, che possono poggiare o su immensi bacini economici e industriali o su alleanze in grado di sostituire il lavoro diretto delle proprie forze, Mosca non ha le medesime potenzialità. Putin non è solo, né isolato, ma rispetto alla Nato non può certo fare affidamento su una piattaforma di potenze tecnologicamente avanzate ed economicamente in grado di sostenere delle spese belliche. Né può affidarsi al sistema politico e post-coloniale del passato dei propri alleati. È la Federazione Russa, erede dell’impero zarista e di quello socialista, a essere il centro politico militare, tecnologico ed economico intorno a cui ruota tutto. Ed è Putin, e nessun altro leader, a decidere in completa autonomia le mosse politiche che decideranno le sorti dell’impero.

In questo però il gioco rischia di poter essere molto pericoloso per il governo russo e per la prima volta negli ultimi anni è possibile temere l’overstretching moscovita: cioè essere impegnati in modo troppo esteso, in fronti troppo distanti e diversi e con una fragilità sistemica. La Russia rischia, in sostanza, di sovraccaricarsi: perché se prima l’impegno delle forze di Mosca era circoscritto in ambiti più o meno ristretti, adesso si sono moltiplicatori i fattori di rischio e le micce accese in molteplici settori.

Fuochi al confine della Russia

I confini della Federazione Russa, soltanto negli ultimi mesi, hanno visto una crescita esponenziale delle tensioni dall’area occidentale a quella meridionale fino al mondo asiatico. Dopo il nodo afghano che sembra ancora irrisolto, fino al problema del Caucaso con l’impegno di “peackeeping” nelle aree di divisione tra forze armene e azere, si sono aggiunti la crisi della Bielorussia (prima quella politica poi quella migratoria vicina alla guerra ibrida) fino all’escalation con l’Ucraina e ora le rivolte in Kazakistan.

Queste crisi, che sono alimentate da interessi e da cause sicuramente molto diverse tra loro, sono tutte esplose in un arco temporale ristretto e in aree molti vicine, se non direttamente lungo le frontiere, della Federazione. Crisi che non solo sembrate solo il preludio a cambi di regime o a potenziali rovesciamenti di governi, ma vere e proprie fratture nella politica estera russa: scintille che hanno provocato il rischio – e possono ancora farlo – di ridurre l’influenza di Mosca ed espandere, di contro, quella del blocco atlantico. Anche in un fronte che Mosca riteneva più stabile come quello orientale.

I nodi irrisolti in Africa e Medio Oriente

Se queste sono le escalation più vicine alle frontiere russe, quelle che si avvicinano di più al cuore della potenza del Cremlino, non vanno sottovalutate poi le altre crisi, in altre aree del mondo, in cui i militari russi (o le loro colonne nascoste) sono presenti e cercano di rimediare a questo sommovimento globale. C’è innanzitutto il problema irrisolto di come concludere l’impegno siriano. Un conflitto in cui Putin, intervenendo a sostegno di Bashar al Assad, ha giocato una partita pericolosa e attualmente vincente, ma che ha comunque impegnato sia finanziariamente che politicamente la Russia senza possibilità di ritiri, almeno in questa fase. Mosca, anzi, sembra voler rafforzare la sua presenza, quantomeno navale, nella basi Latakia. Ma tutto questo implica non solo uno sforzo economico, ma anche un pantano strategico tra interessi iraniani, israeliani, turchi, arabi e con l’occhio del Pentagono.

C’è poi il tema libico, che ciclicamente viene dimenticato a livello mediatico ma che rimane in ogni caso un punto interrogativo in cui Washington ha spesso chiesto a Mosca di evitare di inserirsi nella partita e di ritirare i contractors dell’azienda privata Wagner. Uomini che attualmente sono impegnati in altre aree dell’Africa, dalla Repubblica centrafricana al Mozambico e che adesso Stati Uniti, Unione europea e in particolare Francia temono possano essere sbarcati anche in Mali. Le ultime notizie in tal senso parlano di scontri tra forze armate maliani e forze jihadiste in cui sarebbero stati impegnati anche i combattenti russi.

Come evitare il sovraccarico

L’impegno di Putin a questo punto diventa sempre più ampio e complesso. E complicate appaiono anche le vie d’uscita per evitare un vero e proprio pantano in vari angoli dello spazio di influenza russo, sia ex sovietico che mediorientale e africano. Il Cremlino si trova a dove fronteggiare tutte le crisi menzionate in precedenza più negoziati con gli Stati Uniti e con l’Europa sotto altri ambiti non meno rilevanti: dalla questione militare a quella altrettanto strategica delle forniture energetiche. Mentre la Cina scalpita in Asia e cerca di blindare i suoi corridoi economici che intersecano l’area di proiezione russa nel continente. Il rischio è che qualsiasi uscita da uno di questi teatri possa essere interpretata non come la soluzione di un problema, ma come la decisione di eludere un pericolo o una sconfitta strategica che si tramuterebbe in politica e quindi mediatica.

È possibile dunque che Putin si trovi con un’unica strada percorribile. Le escalation che si infiammano devono essere risolte manifestando la capacità russa di fronteggiare la crisi con gesti anche molto forti (come l’invio di militari o il dispiegamento di forze al confine). Un modo per domare gli incendi che mettono in pericolo la grande area russa, ma rafforzando anche la sua leadership interna e la capacità di negoziare a livello internazionale. Per crisi momentaneamente fredde, l’ipotesi invece di una trattativa di ampio respiro che eviti l’immagine di un disimpegno generalizzato ma anche il prolungamento di un coinvolgimento troppo esteso e prolungato nel tempo.

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