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“Come salvare la democrazia dalla tecnologia: porre fine al monopolio dell’informazione di Big Tech”. È il grido d’allarme lanciato dalle colonne della prestigiosa rivista americana Foreign Affairs dall’illustre politologo Francis Fukuyama e dai colleghi Barak Richman e Ashish Goel, membri del programma della Standford University sulla democrazia e internet. Non sono gli unici, dopotutto: nelle scorse settimane è ufficialmente iniziata la campagna europea per la limitazione dello strapotere di Google, Facebook, Apple e le altre grandi società, con l’istituzione del nuovo regolamento Digital Markets Act, che dovrebbe entrare in vigore fra un paio d’anni; lo stesso accade negli Stati Uniti, dove repubblicani e democratici vogliono imporre nuova stretta che potrebbe costringere queste aziende a cambiare il loro modo di operare.

Il tema rilanciato da Fukuyama è di strettissima attualità vista la censura operata dalle piattaforme social ai danni di Donald Trump a seguito dell’irruzione dei supporter trumpiani al Campidoglio. In un post, il fondatore e amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, ha giustificato così la decisione della società: “Crediamo che i rischi di permettere al presidente di continuare a usare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Per questo, abbiamo esteso a tempo indefinito il blocco che avevamo già imposto sui suoi account Facebook e Instagram, almeno per le prossime due settimane finché non sarà completata una transizione pacifica del potere”, ha scritto Zuckerberg. E così Twitter ha deciso di sospendere l’account di Trump per 12 ore.

“Detengono troppo potere nella comunicazione politica”

Il vento per le società della Silicon Valley sta cambiando, dopo un 2020 da incorniciare. Come scrive Fukuyama, infatti, “Amazon, Apple, Facebook, Google e Twitter, già potenti prima della pandemia Covid-19, lo sono diventati ancora di più grazie a quest’ultima, poiché gran parte della vita quotidiana si muove online”. Per quanto conveniente sia la loro tecnologia, osserva lo studioso che pubblicò La Fine della Storia, “l’emergere di tali società dominanti dovrebbe suonare come un campanello d’allarme”, non solo perché detengono così tanto “potere economico”, ma anche perché “esercitano un così marcato controllo sulla comunicazione politica”. Questi colossi, osserva Fukuyama, “ora dominano la diffusione delle informazioni e il coordinamento della mobilitazione politica. Ciò pone minacce uniche a una democrazia sana”.

Curiosamente, le osservazioni del docente liberale sembrano le medesime espresse, non di rado, dal Presidente Usa Donald Trump, che ha accusato le società Big Tech di aver interferito nelle ultime elezioni presidenziali oscurando lo scandalo che riguarda il figlio del presidente eletto Joe Biden, Hunter. Tema su cui espresso, nelle scorse ore, anche il senatore conservatore Ted Cruz, che considera i grandi colossi della tecnologia le maggiori minacce a “elezioni libere ed eque” a causa della loro influenza enorme e Google “l’azienda più pericolosa del pianeta”. Ma questo sentimento avverso nei confronti delle aziende Big Tech è condiviso anche da una parte dei democratici, che temono ingerenze straniere o manipolazioni da parte degli estremisti di destra.

Quale soluzione?

Come riflette Fukuyama, sebbene esista dunque un “consenso emergente sulla minaccia che le società Big Tech rappresentano per la democrazia” c’è molta confusione su come limitarne lo strapotere. Alcuni osservatori sostengono che il governo debba smembrare Facebook e Google. Altri hanno chiesto norme più rigorose per limitare lo sfruttamento dei dati da parte di queste società. Altri ancora invocano leggi sulla privacy. Secondo il politologo e studioso della democrazia liberale, l’unica soluzione concreta è quella di “togliere alle piattaforme il ruolo di custodi dei contenuti”. Questo approccio, spiega, “comporterebbe la creazione di un nuovo gruppo di società “middleware” competitive”, ossia di società intermediarie, al fine di “consentire agli utenti di scegliere come le informazioni vengono presentate loro. E sarebbe probabilmente più efficace di uno sforzo donchisciottesco di smembrare queste società”. Gli utenti, spiega, “selezionerebbero servizi middleware che determinerebbero l’importanza e la veridicità del contenuto politico e le piattaforme utilizzerebbero tali indicazioni per curare ciò che quegli utenti vedono”.

Secondo il politologo, l’introduzione di società “middleware” può sottrarre quel potere alle piattaforme tecnologiche e consegnarlo non a un singolo regolatore governativo, ma a “un nuovo gruppo di aziende competitive” che consentirebbero agli utenti di “personalizzare” le proprie esperienze online. È la giusta soluzione? Ciò che è certo è che Big Tech rappresenta un serio pericolo per la democrazia. E tutti, negli Usa e in Europa, ne sono consapevoli.