La recente visita in Italia di Gina Haspel, capo della Cia, ha provocato molto rumore: dal Russiagate alle posizioni del premier Giuseppe Conte, la visita a Roma del numero uno dell’intelligence americana ha sollevato non pochi polveroni. Al contempo ha anche riesumato un caso che sembrava oramai definitivamente sepolto, quello del sequestro di Abu Omar, un personaggio indicato come un potenziale terrorista prelevato in Italia da un’operazione dei servizi americani e sul quale ancora oggi vige il segreto di Stato.

Il sequestro dell’imam egiziano

Tutto è iniziato il 17 febbraio 2003: sono quelli giorni molto caldi, specie sul fronte della lotta al terrorismo. Le immagini delle torri gemelle crollate sono relativamente recenti, la guerra in Afghanistan si sta già dimostrando tutto tranne che un conflitto lampo, per di più proprio in quelle settimane gli Usa si stanno preparando all’invasione dell’Iraq, iniziata un mese dopo. A Milano, nel cuore della notte, in quel 17 febbraio di oramai 16 anni fa un commando di agenti statunitensi, coadiuvati da una squadra italiana, ha prelevato un imam sospettato di legami con il terrorismo. Si tratta per l’appunto di Abu Omar, un egiziano già adocchiato da diverso tempo sia per le sue prediche e sia per la sua rete di contatti.

Abu Omar, secondo poi la ricostruzione emersa negli anni successivi, quel giorno è stato portato presso la base aerea di Aviano e, da lì, spedito poi in Egitto. Un sequestro dunque, operato in territorio italiano e che ha interrotto le indagini degli inquirenti italiani sui rapporti tra l’imam e le organizzazioni terroristiche. Per questo, una volta venuta a galla la vicenda, è nato un processo che ha portato poi alla condanna di alcuni agenti della Cia ma anche all’imposizione del segreto di Stato ancora oggi in vigore.

La fuga di Sabrina De Sousa

Ma qual è il nesso tra un caso del 2003 e la recente visita di Gina Haspel in Italia? Tutto ruota attorno la figura dell’unica persona condannata che stava scontando la pena per il sequestro di Abu Omar: Sabrina De Sousa. All’epoca dei fatti, De Sousa era segretaria del consolato americano a Milano. Ha sempre dichiarato di non aver mai avuto a che fare con quel sequestro, è stata però condannata a tre anni nel processo successivamente scaturito. Inoltre, è l’unica che è stata estradata in Italia anche se dal Portogallo e non dagli Stati Uniti. I tre anni di carcere sono in realtà diventati una sola notte di cella, visto che è stata in seguito affidata ai servizi sociali anche grazie alla grazia ricevuta da Mattarella ed all’indulto. Ancora pochi mesi e, a partire dall’inizio del 2020, avrebbe chiuso definitivamente i conti con la giustizia italiana.

Eppure, la De Sousa ha preferito un’altra via: a pochi giorni dalla visita di Haspel, ha deciso di tornare negli Stati Uniti sfuggendo dunque agli obblighi previsti dalla sua pena. Il perché lo ha spiegato la stessa De Sousa: “Mi sono terrorizzata delle conseguenze che potevano ricadere su di me – ha affermato l’ex diplomatica al Corriere della Sera – L’ultima volta che un direttore della Cia, John Brennan, ha visitato il Portogallo, sono finita in prigione”. I suoi timori, fanno sapere dagli Usa, sono dettati dal fatto che lei sarebbe considerata quella maggiormente informata sul caso Abu Omar. E per questo, secondo anche i suoi legali, sarebbe l’unica che ha patito conseguenze legali e non ha avuto alcuna protezione da parte del suo governo.

Il fatto che sia andata via, fa ben intuire come quel caso non può essere ancora considerato chiuso. Ci sono segreti, di Stato e non, ancora in giro che potrebbero mettere in imbarazzo tanto Washington quanto Roma. De Sousa ha quindi forse fiutato l’aria prima di andar via, anche se dal suo punto di vista la scelta di tornare negli Usa è apparsa alquanto singolare.

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