Da Paesi “frugali” a Paesi “sovranisti” il passo è breve. La narrazione dei media mainstream – pompata anche dal governo – pone spesso l’accento su un presunto scontro tra europeisti e sovranisti e questo Recovery Fund come una battaglia fra questi modi di essere e di pensare il proprio Stato in seno all’Europa. Passo breve ma soprattutto falso, perché purtroppo per quelli che continuano a martellare sulla propaganda del presunto duello fra i sovranisti del Nord contro il “Club Med” amico dell’Europa, c’è una realtà ben diversa da quella presentata. E cioè che tra i presunti sovranisti, in verità non c’ nemmeno un sovranista. Almeno non per come lo intendono a sinistra né tanto meno al governo italiano. Non lo è Mark Rutte, premier liberale osannato da Emmanuel Macron quando sconfisse il vero nazionalista, Geert Wilders, e che fa parte dell’eurogruppo Renew Europe. Quello per intenderci di Guy Verhofstadt del presidente francese. Non è sovranista (in senso tecnico) nemmeno il famigerato Sebastian Kurz, cancelliere austriaco saldamente in seno al Partito popolare europeo e attualmente al governo insieme ai Verdi. Ancora peggiore la posizione dei tre primi ministri scandinavi, parte del blocco dei frugali. La danese Mette Frederiksen è del partito socialdemocratico. Stesso discorso per il premier della Svezia, Stefan Löfven, anche lui socialdemocratico così come la prima ministra finlandese, Sanna Marin, che si è unita al blocco dei frugali – formalmente – in queste ore.

Ci sarebbe da ridere se non fosse che purtroppo, per l’Italia, quello che uscirà da Bruxelles potrebbe essere un bagno di sangue. L’ironia della sorte vuole che gli anti europeisti siano diventati proprio gli europeisti. In una clamorosa e ironica eterogenesi dei fini, quelli che sono diventati il simbolo dell’Europa unita bloccano l’intesa che potrebbe salvare il continente da un pantano economico e politico dai risvolti oscuri. Uno scenario inquietante anche per Giuseppe Conte, che decise a cambiare alleanza di governo spostandosi verso i lidi europeisti e attaccando i sovranisti, mentre ora si trova a doversi difendere proprio da quelli che hanno voluto il rovesciamento di fronte. Ma che dimostra soprattutto quanto in Europa le presunte definizioni politiche siano ben diverse rispetto a quello che si crede in Italia e che vuole far credere gran parte della propaganda. In Europa non conta il partito, non conta l’ideologia, contano i numeri, gli interessi in gioco, le alleanze globali e gli elettori dei singoli esecutivi. E Conte si deve confrontare con questi problemi: non con l’appartenenza ai partiti o ai fantomatici nemici dell’Europa. Perché i “nemici”, così come gli “alleati” giocano solo una partita più grande che si fonda sulla difesa dei propri interessi. E l’accusa ai sovranisti rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang, specialmente se sono proprio i sovranisti a poterti offrire una spalla in un negoziato che si è fatto di ora in ora più complesso e pericoloso, tanto da dover ammettere il rischio di uscire da Bruxelles senza un accordo.

La lezione che arriva da Bruxelles è semplice: mai spostare la propria strategia sul piano politico sperando nell’europeismo di facciata. Illudersi che altri governi scelgano la via dell’Ue rinunciando al proprio elettorato, al proprio interesse di parte e al proprio tornaconto nazionale per un interesse maggiore dei tutto il continente è un’utopia o un lusso che non ci si può permettere. Rutte lo ha capito, visto che grazie a questa politica ha trasformato i suoi Paesi Bassi nel nuovo Regno Unito. Lo hanno capito Angela Merkel e Emmanuel Macron, che da tempo muovono i fili per trovare un accordo europeo che confermi l’asse franco-tedesco a guida dell’Europa. Lo ha capito Pedro Sanchez, che in una lezione di umiltà data a Conte in conferenza stampa, ha non solo detto che gli strumenti europei (leggi Mes) sono fatti per essere usati, ma ha anche rinunciato al Mes. E lo hanno capito gli scandinavi, che sono socialdemocratici sì, ma europeisti finché non si va a toccare il portafogli. La domanda è un’altra: Conte avrò finalmente compreso che gli alleati non sono quelli delle pacche sulle spalle?

Intanto Viktor Orban è l’unico ad aver attaccato pubblicamente Rutte (per l’Ungheria, sia chiaro, ma l’ha fatto) e difeso Conte. “Dobbiamo chiarire che se l’accordo è bloccato, non è a causa mia, ma a causa del ragazzo olandese, perché è lui che ha iniziato questo caos”, ha detto il premier ungherese che ha ribadito che il governo di Budapest “è fermamente con gli italiani”. Parole che, come spiega Carlo Fidanza, capodelegazione FdI al Parlamento europeo, “fanno crollare il castello di ipocrisia della sinistra”. Stesso discorso di Matteo Salvini, che ha commentato quanto sta accadendo a Bruxelles ricordando che Orban “è con l’Italia, gli amici di Conte e del Pd no”. Forse i sovranisti inizieranno di nuovo a piacere a Conte? Sicuramente il moralismo ha subito un duro colpo. In queste trattative c’è da lasciare ben poco spazio al gioco della politica: di mezzo c’è la strategia italiana in Europa.

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