Di impeachment, da quando il Russiagate si è rivelato un buco nell’acqua, se ne parla sempre meno. Sembra essersi rassegnata persino la speaker democratica Nancy Pelosi, che decanta ancora quella possibilità, ma senza troppa convinzione, mentre la fronda repubblicana più neoconservatrice, quella che vorrebbe che la candidatura di The Donald in vista delle presidenziali del 2020 venisse messa in discussione, rilancia eccome. L’ultimo caso, in ordine di tempo, racconta di come a inoltrare una vera e propria richiesta di messa in stato d’accusa presenti, un po’ a sorpresa, la firma di un parlamentare appartenente al Gop.
Inutile, a ben guardare, stupirsi più di tanto: alcuni esponenti degli elefantini vorrebbero passare dalle primarie interne. Qualcuno si è pure candidato. Il che, quando c’è un presidente incaricato al primo mandato, è del tutto inusuale. Bisognerà vedere cosa ne pensa la Convention. Non è detto che le primarie si svolgano. Justin Amash, un giovane deputato del Michigan, dà un’interpretazione differente al rapporto del procuratore speciale Robert Mueller. Questo è il fulcro della sua mossa. Il Russiagate, insomma, non sarebbe affatto riducibile a un nulla di fatto. E Donald Trump – come si legge sull’agenzia Lapresse, che ha riportato le dichiarazioni del repubblicano – avrebbe “adottato delle misure” e “avuto dei comportamenti” che sarebbero “vicini all’impeachment”.
Esistono una serie di motivi per cui è lecito pronosticare che la richiesta di Justin Amash non produca alcuna conseguenza. Una delle cause è rintracciabile nella prassi politico – giudiziaria statunitense: difficilmente, casi grossi come questo, vengono riaperti a ridosso dell’appuntamento elettorale per la Casa Bianca. Il “rapporto Mueller”, salvo imprevisti, ha sancito la fine delle polemiche sui presunti contatti tra il comitato elettorale del magnate e la Russia di Vladimir Putin. Ma il fatto che a mettersi di traverso rispetto alla narrativa corrente, quella secondo cui Trump è, ormai, da considerarsi del tutto innocente, sia stato proprio un membro dello stesso partito del Commander in Chief può rappresentare una spia. Perché c’è una parte di mondo repubblicano, fortemente moderato, che magari guarda con favore a Joe Biden e alla sua scalata elettorale.
L’ex numero due di Barack Obama non è solamente il preferito della dirigenza partitica democratica, ma è anche l’espressione di un certo modo d’intendere la politica statunitense. La stessa visione delle cose, filo establishment e interventista, che la presidenza di Donald Trump ha rifiutato, specie durante i primi mesi della sua permanenza alla Casa Bianca. Poi c’è stata una parziale normalizzazione. Ma i punti di contatto tra certo universo repubblicano e certo universo democratico sono ancora tangibili. La parte neocon del Gop, pur di assistere alla caduta del Tycoon, sembra persino disposta ad allungare la mano verso i Dem. Altrimenti Justin Amash non avrebbe chiesto l’impeachment.
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