La settimana in cui si discute apertamente dell’offerta del fondo americano Kkr per il 100% di Tim, società controllata da un’ampia coalizione di azionisti avente come partecipante di maggioranza relativa la francese Vivendi, è anche quella in cui a Roma è attesa la firma del Trattato del Quirinale, che darà un’accelerazione al confronto italo-francese sui temi di comune interesse.

Queste partite incrociate segnalano la complessità del confronto tra Francia e Stati Uniti per presentarsi come partner di riferimento dell’Italia. Entrambe le nazioni sono punti di riferimento indispensabili per il nostro Paese che, inserito nella sfera d’influenza di Washington al centro del suo “impero” europeo, è al contempo costantemente chiamato a gestire la sfida francese, ovvero la contemporanea presenza di elementi che suggeriscono di incentivare la cooperazione con Parigi e di minacce che segnalano potenziali problematicità per i legami con una nazione di taglia politica superiore.

Dopo il contenzioso nell’Indo-Pacifico seguito alla conclusione dell’accordo Aukus l’Italia si trova al crocevia tra le strategie, spesso tutt’altro che complementari, di due nazioni tanto sentimentalmente legate da una storia comune e da una lunga alleanza quanto orgogliosamente desiderose di consolidare la propria sfera d’influenza (Washington) e di giocare da potenza di rango globale (Parigi). E nel quadro di un contesto euromediterraneo sempre più teso dopo la pandemia di Covid-19, sono diversi gli scenari su cui Parigi e Roma puntano, in maniera divergente, sull’Italia.

Nei mesi scorsi, poco dopo l’entrata in scena del governo Draghi, sottolineavamo come su diversi temi, a paritre dalla diplomazia vaccinale e dalla lotta alla prospettva di un ritorno del rigore dopo la pandemia, l’esecutivo di unità nazionale avesse indicato proprio in Francia e Usa le due principali Stelle Polari della sua politica estera con cui cercare una convergenza. Per una complessa eterogenesi dei fini, sono Parigi e Washington oggi a contendersi apertamente il ruolo di potenza di riferimento in Italia. Trovandosi su parti opposte della barricata in diversi scenari.

Tecnologia: non solo Tim

L’affare Tim-Kkr lo testimonia. L’entrata in campo del fondo Usa per Telecom Italia segnala un crescente attivismo del sistema finanziario e dunque degli apparati di potere Usa nei confronti della tecnologia del nostro Paese e della valorizzazione del suo ruolo strategico per il campo occidentale.

Al tempo stesso, l’entrata in campo per la telco nazionale promuove l’idea che l’integrazione delle filiere euro-atlantiche in campo di innovazione digitale e sviluppo delle tecnologie di frontiera (dal 5G all’intelligenza artificiale) debba essere saldamente guidata dagli Usa. Prospettiva non condivisa dalla Francia, che con Vivendi aveva presidiato con un attore chiave del suo capitalismo politico “napoleonico” la nostra azienda di telefonia mobile. E dato che Tim è un partner chiave dell’alleanza O-Ran con cui i Paesi europei e gli Usa mirano a costruire la risposta occidentale al 5G a trazione completa cinese, il posizionamento del gruppo guidato da Luigi Gubitosi sarà cruciale per capire quale parte dello schieramento avrà maggior voce in capitolo.

Ma non è solo la Tim a agitare i rapporti franco-americani. Negli ultimi mesi, infatti, per interposta persona del Commissario europeo all’Industria Thierry Breton il presidente Emmanuel Macron sta portando a livello europeo l’attenzione sul tema della sovranità tecnologica europea mirando, in primo luogo, a dare attuazione al piano di investimenti da 30 miliardi di euro suI semiconduttori previsto dal Digital Compass. Un’alleanza italo-francese è in quest’ottica vista come fondamentale, come del resto il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha chiarito parlando con Bruno Le Maire, ministro dell’Economia di Macron, e lo stesso Breton nei mesi scorsi. Il modello di cooperazione tra i due Paesi è del resto ben sperimentato da uno dei rari casi di integrazione paritaria tra Parigi e Roma in una fusione industriale, STMicroelectronics, azienda che in Italia ha sede ad Agrate Brianza creata nel 1987 come il risultato della fusione delle attività semiconduttori di SGS Microelettronica e dalle attività non militari di Thomson Semiconducteurs.

La “dottrina Breton” immagina una sfida aperta a giganti come la taiwanese Tsmc, la coreana Samsung e l’americana Intel per creare campioni europei dei chip capaci di gareggiare da pari a pari nella partita mondiale dei semiconduttori. Washington immagina invece una crescente integrazione euro-atlantica centrata però sulle garanzie produttive offerte dalla potenza di fuoco che i colossi americani possono riversare in termini di investimenti e capitale tecnologico. E ha schierato proprio Intel indicando l’Italia come Paese ideale per rafforzare l’attività europea nella produzione di chip costruendo un impianto di packaging che lavorerà a contatto con l’altro grande sito di produzione pronto a nascere in Germania, probabilmente a Dresda. Tutto questo nel quadro di un investimento di circa 4 miliardi di euro che il governo Draghi trova allettante, tanto che lo stesso Giorgetti ha preso posizione favorevole al dossier e dichiarato che, come riporta Formiche, per concretizzarlo “sarebbe ideale lo storico stabilimento di Mirafiori a Torino, ma in corsa c’è anche Catania, dove già è prevista la costruzione di un impianto di microchip” targato proprio STM, nel cuore della Etna Valley siciliana.

Difesa: pista atlantica o asse europeo?

Gli alleati-rivali, Francia e Usa, si contendono l’Italia anche nel settore della Difesa, ove l’attuale esecutivo italiano sta giocando un ruolo importante nel quadro della definizione delle priorità industriali e produttive.

Nel mese di luglio 2021 il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha emanato un documento innovativo in tal senso, la “Direttiva per la Politica Industriale della Difesa”, invocando la Difesa a un ruolo più pervasivo nella politica industriale, rimarcando la necessità di sviluppare un maggior presidio sul tema delle tecnologie abilitanti, dell’innovazione e della protezione delle filiere critiche, così da permettere all’Italia di essere sempre più autonoma sulla disponibilità dei sistemi d’arma, in un ruolo di primo piano nelle grandi aggregazioni internazionali. Tali aggregazioni si stanno costituendo in due poli non sempre sovrapponibili aventi, rispettivamente, il duo Usa-Regno Unito da un lato e la Francia dall’altro come pivot.

L’Italia, ad ora, sta puntando su diversi dossier sui partenariati a guida americana o britannica, facendo sponda con Londra, rivale numero uno di Parigi per il mercato europeo della difesa, nel programma di caccia Tempest e godendo di entrature oltre Atlantico nel settore della cantieristica navale e degli elicotteri, mentre va consolidandosi la partecipazione della strategica industria dell’aerospazio agli Accordi di Artemide. Aziende come Beretta, Iveco, Leonardo vincono a ripetizione importanti commesse negli Usa, in cui si fa strada anche Fincantieri, gruppo che in Europa compete a armi pari con Naval Group, sua controparte francese, nel mercato internazionale ma, al tempo stesso, partecipa al suo fianco nel quadro del consorzio Naviris alle filiere comuni finanziate dall’Unione Europea.

Washington immagina per l’Italia il ruolo di gendarme atlantico nel Mediterraneo. Parigi mira a consolidare l’autonomia strategica europea sulla scia della Difesa comune. Roma, per dichiarazione esplicita di Guerini, non vuole scegliere tra i due campi. Guerini è concorde sul fatto che dal punto di vista italiano conquista di un maggior spazio di manovra nei confronti dei patroni di oltre Atlantico da parte dell’Europa rappresenterebbe un risultato fondamentale, e tecnologia e difesa appaiono i settori in cui tali sforzi vanno compiuti con maggiore tenacia. Ma non interpreta questo processo come il primo passo di un decoupling dagli Usa, come fa invece Macron, ragionando piuttosto in chiave di potenziamento della gamba europea dell’alleanza occidentale.

Il nodo Germania

Il terzo punto di importanza fondamentale nella sfida franco-americana per attrarre l’Italia ha a che fare con il peso della relazione bilaterale che entrambe le capitali immaginano di sviluppare con Roma per influenzarne la traiettoria nei confronti del convitato di pietra di questo complicato triangolo, la Germania. Superpotenza economico-industriale desiderosa di non essere più un nano geopolitico; scomodo primus inter pares per la Francia nel sodalizio al centro dell’Europa post-Acquisgrana; rivale commerciale e ambiguo alleato strategico per Washington; garante della tenuta del sistema-Paese, in questa fase, per l’Italia per aver messo all’angolo i falchi pro-austerità dando via libera al Recovery Fund nel 2020.

La partita franco-americana per Roma ha (anche) Berlino come obiettivo. Per Washington si tratta di controbilanciare la possibilità che i legami industriali e geopolitici consolidino l’influenza di Berlino sull’Italia e rendano quest’ultima dipendente, una volta di più, dai desiderata economici tedeschi e di prevenire la costituzione di un affiatato triangolo europeo in grado di postura autonoma. Parigi, invece, con ambiguità ondeggia tra la volontà di attrarre l’Italia come satellite, per contrapporre alla Germania un alleato con cui condividere la linea su austerità, debito e rilancio dell’Europa e un junior partner finanziario e industriale, e l’obiettivo di costituire proprio quel complesso triangolo in grado di dettare la linea e un cambio di passo dell’Europa negli scenari globali e nei rapporti con potenze come Russia e Cina.

Chi prevarrà nella partita per l’Italia potrà, dunque, avere un ascendente maggiore sulla Germania e presentarsi al tavolo delle trattative con l’esecutivo in via di costituzione a Berlino con un maggior potere contrattuale.

L’Italia è ora più che mai centrale in una partita interna all’Occidente e alla Nato, e in questo contesto ha un asso nella manica: non è semplicemente “oggetto del desiderio”, ma nazione che sui settori e i temi in questione può esercitare un’influenza e la sua personale iniziativa. Lo storico ed economista Giulio Sapelli parlando con Il Giornale ha sottolineato che il governo Draghi, nei mesi a venire, “dovrà tenere sia i rapporti con gli Usa che con la Francia” e dunque partendo proprio dai dossier caldi delle ultime settimane, Tim-Kkr e Trattato del Quirinale, cercherà di favorire una convergenza capace di bilanciare gli interessi di Parigi e Washington. Perché nel duello franco-americano la vera sfida per l’Italia è trovare l’alchimia giusta per rendersi indispensabile a entrambe le nazioni e, indirettamente, alla Germania. Valorizzando una potenzialità strategica tutt’altro che secondaria e i possibili dividendi economici, politici e diplomatici per il sistema-Paese.

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