Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

La Francia è nel caos, il governo Barnier non esiste più e assieme alla scommessa della “coalizione degli sconfitti” fallisce l’obiettivo politico di Emmanuel Macron di tenere in mano il pallino del gioco a Parigi. Il Rassemblement National di Marine Le Pen si salda alla sinistra del Nuovo Fronte Popolare, guidato da Jean-Luc Mélenchon e dal partito La France Insoumise e Barnier viene sfiduciato con 331 voti su 570 dell’Assemblea Nazionale. L’ex “Mister Brexit” dell’Unione Europea, politico conservatore di lungo corso, esce di scena dopo soli 90 giorni di guida dell’esecutivo francese. E questo dato di fatto impone profonde riflessioni politiche sul futuro della politica transalpina e del concetto stesso di democrazia.

In primo luogo, è bene sottolineare che Emmanuel Macron abbia cercato di salvare sé stesso sacrificando la Quinta Repubblica. Lo scriveva Mauro Indelicato a valle del voto anticipato per il rinnovo del Parlamento, prevedendo con lungimiranza quanto sarebbe successo: il sistema costruito dal generale Charles de Gaulle funziona se l’autorità presidenziale si salda con un consenso politico che l’Eliseo riesce, anche in caso di maggioranze divergenti, a intercettare e governare. A luglio i francesi hanno in stragrande maggioranza votato contro Macron: e questo è stato annacquato solo dal “fronte repubblicano” anti-Le Pen costruito in molti ballottaggi, senza cambiare le carte in tavola.

Secondo dato: non si può governare ignorando apertamente i risultati della democrazia. La Francia ha premiato come primo partito per voti il Rassemblement di destra sovranista e come prima coalizione per seggi il Nuovo Fronte Popolare guidato da Mélenchon. Pensare di poter formare un esecutivo tagliando fuori entrambi e coalizzando Renaissance, la coalizione liberale di Macron, e il centrodestra de I Repubblicani, usciti come terza e quarta forza, in un governo di minoranza chiamato a applicare dolorose misure di austerità capaci di radicalizzare ancor più l’opposizione è stata una mossa spericolata di Macron.

C’è di conseguenza, terzo punto, una divaricazione tra politica e dialettica istituzionale, con la Francia che vive dinamiche ricordanti, in larga misura, quelle vissute in Italia ai tempi del governo Monti: Barnier da un lato ha guidato l’esecutivo sapendo che solo la benevolenza di Le Pen e la sua astensione avrebbero consentito il prosieguo del Governo e dall’altro dopo la sfiducia si è sorpreso della presunta “irresponsabilità” dei parlamentari che hanno messo a repentaglio un’agenda ritenuta salvifica per la Francia, fatta di tagli di spesa e riduzione del Welfare. L’esperienza Monti insegna che le “cure da cavallo” sono indigeste al corpo sociale e in una Francia malato economico d’Europa questo appare come l’ennesima mossa lontana dal popolo transalpino del presidente, di cui l’esecutivo è emanazione.

Tutto questo dovrebbe, infine, mostrare i rischi insiti nell’esaltare la democrazia solo quando gli esiti sono conformi alle proprie volontà politiche. Un certo tipo di establishment liberal-europeista lo ha fatto in Francia, e non solo, pensando che le maggioranze aritmetiche in Parlamento bastassero a cancellare la realtà dei fatti che, sul fronte politico, parlava diversamente. C’è una Francia che brucia nel veder Macron muovere le sue pedine e da qui al 2027, ringalluzzita dal tracollo di Barnier, trasformerà il suo secondo mandato in un Vietnam.

Squalificare gli avversari politici, come Le Pen e Mélenchon, ipotizzando unicamente l’impossibilità del loro avvicinamento alle sfere del governo e dunque alle conseguenti responsabilità che esso impone favorisce solo la radicalizzazione della critica a Macron. Unico vero responsabile del caos politico che sta attanagliando la Francia. Non va dimenticato che l’effettività dei sistemi democratici vive quando i processi sono valorizzati, condivisi e trasparenti: il caso recente della Corea del Sud insegna che nulla va dato per scontato anche in Stati a ordinamento avanzato. E che nella fiducia dei cittadini si plasma la vittoria in quel referendum quotidiano che la democrazia moderna è. Macron lo capirà?

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto