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Emmanuel Macron combatte la sua personalissima battaglia della Marna politica e insiste: non intende nominare immediatamente un successore del premier dimissionario Sebastien Lecornu, la cui compagine si è dissolta in dodici ore dalla nomina per dissapori tra i centristi di Renaissance (partito di presidente e capo del governo) e il centro-destra di Les Republicains, e ha assegnato al primo ministro 48 ore aggiuntive per negoziare coi partiti una “piattaforma d’azione”.

La mission impossible di Lecornu

Lecornu, 39 anni, fino a pochi giorni fa ritenuto astro nascente della macronia e uomo forte del mondo governativo transalpino, si troverà a dover scalare una grande montagna senza la certezza di poter contare su dei fidati gregari di scorta. Sarà una cronoscalata dove ogni ora potrebbe essere decisiva per capire se un Lecornu II potrà nascere dalle macerie del primo, fugace governo. La scelta del primo ministro di nominare come suo successore il veterano Bruno Le Maire, ex gollista odiatissimo dai repubblicani, ha aperto il vaso di Pandora. E ora, inevitabilmente, Lecornu è a un bivio.

L’unica strada fattibile per il primo ministro passa dalla possibilità di capire se il campo largo di sinistra del Nuovo Fronte Popolare potrà vedere alcune sue componenti staccarsi dalla logica della sfiducia senza sé e senza ma. Due i partiti indiziati: i Verdi (Eelv) e il Partito Socialista di Olivier Fauré, che però hanno posto come conditio sine qua non una revisione della riforma delle pensioni del 2023 che Macron presenta come suo cavallo di battaglia politica. Il presidente ha affidato a tre premier di minoranza (Michel Barnier prima, François Bayrou poi e ora Lecornu) il compito di domare un deficit fuori controllo e riportare ordine nel Paese.

Nel giorno in cui il Cac40, primo indice della borsa di Parigi, sprofondava assieme alle banche gravate del debito pubblico francese come Bnp Paribas e in cui il Btp italiano azzerava lo spread con l’Oat decennale francese, il bivio di una coalizione di minoranza è preciso: cercare il tutto per tutto disconoscendo l’agenda che dal luglio 2024 ad oggi spinge Macron a nominare governi di minoranza in nome della responsabilità fiscale di fronte a un’Assemblea Nazionale ingovernabile o assumersi il rischio di un nuovo salto nel buio.

Il crepuscolo del macronismo

Da sinistra Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise e da destra il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella dettano la linea: ritorno alle urne per rinnovare il Parlamento o dimissioni anticipate di Macron con un anno e mezzo in anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Oggi Mélenchon ha chiesto un incontro comune di tutti i partiti progressisti per ufficializzare il no a qualsiasi collaborazione con i governativi, ricevendo però un diniego proprio dagli aperturisti socialisti e verdi.

I primi, però, hanno detto che parteciperanno a una coalizione di governo solo se non saranno macroniani o repubblicani a guidarla come successo negli ultimi tre governi, ma un membro del campo di maggioranza relativa alle ultime elezioni: “Non chiediamo lo scioglimento o le dimissioni del capo dello Stato”, ha detto a Le Monde Pierre Jouvet, segretario generale del Partito Socialista, chiedendo “la nomina di un primo ministro di sinistra, aperto al compromesso” e sottolineando che “continueremo a proporre misure forti nel dibattito che si aprirà, come la tassazione degli ultra-ricchi e il necessario dibattito sulla riforma delle pensioni che dovrà tenersi in Parlamento”.

Per Macron e i suoi questa è davvero l’ultima trincea: dopo che il primo governo è durato 836 minuti precisi dall’annuncio dei ministri alle dimissioni, Lecornu ne avrà poco meno di 2.900 per inventarsi qualcosa. E non è detto che alcun tentativo riesca nel triste crepuscolo della più fallimentare presidenza della Quinta Repubblica.

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