“La mia linea d’azione sarà quella di non nascondere nulla, non trascurare nulla e non lasciare nulla da parte”: François Bayrou si è presentato così ieri all’Hotel de Matignon giurando come primo ministro francese in sostituzione del dimissionario Michel Barnier. Emmanuel Macron ha scelto il 73enne veterano del centro transalpino per guidare un nuovo Governo di minoranza che dovrà blindare la legge di bilancio e provare a traghettare il Paese fuori dalle secche.
Leader del Movimento Democratico (MoDem) alleato di Renaissance, tre volte candidato alle presidenziali, già deputato e ministro e dal 2014 sindaco della cittadina di Pau, Bayrou ha dalla sua ascesa sostenuto il presidente e ora aspetta il suo grande momento, ovvero la guida di un esecutivo con cui la “macronia” si blinda e combatte forse la sua ultima battaglia. Quarto premier in un anno, terzo dopo Elisabeth Borne e Gabriel Attal espressione di Renaissance, la coalizione presidenziale, come il gollista di Les Republicains che l’ha preceduto, Barnier, Bayrou partirà da un campo ristretto di partiti che lo sosterranno e dovrà far navigare l’agenda presidenziale nella rotta stretta del campo moderato, mentre da un lato a sinistra La France Insoumise e Jean-Luc Mélenchon sono sulle barricate e dall’altro a destra il Rassemblement National aspetta volendo giocare un ruolo decisivo.
Bayrou è un “grande vecchio” della politica francese, noto per essere figura avvezza a compromessi, dialoghi e a un governo dei meccanismi parlamentari. Un Pierferdinando Casini d’oltralpe, potremmo dire. Cattolico moderato che in passato ha strizzato l’occhio al centro-sinistra del Partito Socialista, ora dovrà trovare una quadratura del cerchio: come tenere assieme un Governo che nasce senza una maggioranza all’Assemblea Nazionale e nel Paese e come mettere la firma sulle riforme richieste dall’Eliseo per tagliare la spesa, ridurre il deficit e stabilizzare le finanze pubbliche senza far entrare nell’esecutivo Mélenchon e Marine Le Pen, ovvero i leader della coalizione con più seggi (il Nuovo Fronte Popolare) e del partito con più voti, il Rassemblement, senza aver contro la Francia intera.
Vaste programme, direbbe il Generale de Gaulle, fondatore di quella Quinta Repubblica basata sull’estensione macroscopica della potestà presidenziale che oggi traballa in mano a Macron le petit. Il presidente ha confuso più volte l’autorità della carica con l’illusione dell’arbitrio, e scegliendo Barnier e Bayrou ha di fatto provato a far passare il messaggio che la volontà dell’Eliseo è sovrana sul resto del Paese, anche a costo di nominare primo ministro un leader a lui vicino che guida un partito forte di soli 34 seggi su 577 all’Assemblea Nazionale. Ora più che mai, è chiaro che uno dei presupposti su cui Macron potrebbe veder il suo quarto governo in un anno consolidarsi porterebbe in direzione dello smantellamento del sistema edificato da de Gaulle. Esclusa una sponda a sinistra, resta lo sdoganamento del Rassemblement National, perlomeno come decisore di ultima istanza per le maggioranze e i voti in Parlamento.
Far entrare in campo i lepenisti implica rompere definitivamente il “fronte repubblicano” contro i sovranisti. E per farlo Bayrou dovrà fare concessioni: scontata una politica dura sull’immigrazione, è possibile che dopo aver silurato Barnier Le Pen alzi la posta. In ballo c’è un’antica battaglia che unisce destra e centristi, quella per la rappresentanza proporzionale all’Assemblea Nazionale, ovvero il presupposto della fine del sistema a doppio turno che regge l’architrave del “cordone sanitario” anti-Le Pen. E dunque a lungo ha retto il bipolarismo socialisti-gollisti della Quinta Repubblica. Sta invecchiando bene la previsione di Mauro Indelicato, che dopo l’ultima desistenza tra Nfp e macroniani ai ballottaggi per l’Assemblea Nazionale di luglio scrisse su queste colonne che Macron ha salvato sé stesso sacrificando la Quinta Repubblica e la governabilità di un Paese in cui nessuna autorità ha più i crismi dell’inviolabilità, e che nel frattempo vede i suoi titoli di Stato diventare rischiosi come quelli greci. Sarà duro per Bayrou scalare l’Alpe d’Huez di questa crisi apparentemente infinita.

