Durante quella scenografica ed estenuante falcata che lo portava in quel del Louvre in occasione della sua prima vittoria, Emmanuel Macron credeva di avere la Francia in tasca. Giovane promessa liberale dopo anni complessi e tormentati, il futuro presidente francese sembrava incarnare voglia di rinascita , all’insegna del progetto europeo (non a caso lo accompagnarono le note dell’Inno alla gioia in quella notte) e del rinnovamento in patria. “Difenderò la Francia, i suoi interessi vitali. E difenderò l’Europa”, annunciò. Tra la gioia dei sostenitori, la Marsigliese intonata nelle strade e i toni bonapartiani, quel “maggio francese” del 2017 sembrò l’inizio di un nuovo corso per Parigi.
Dall’altare alla polvere
Le cose, però, sono andate diversamente. L’allora presidente trentanovenne non poteva prevedere quanti e quali mali avrebbero scosso il Paese di lì a poco. Prima, la furia dei gilet gialli contro il caro vita, poi la pandemia da Covid-19 che ha soffiato su tensioni latenti, disagio e risentimento. E poi ancora, la riforma delle pensioni che, fino a pochi mesi fa, aveva scatenato le piazze, dai sindacalisti fino agli studenti., lasciando nell’ombra la maggioranza silenziosa che forse avrebbe potuto salvare politicamente la pace e il destino politico dell’enfant prodige d’Europa.
Ma la vera battuta d’arresto per l’instancabile presidente de la République sono state le elezioni del giugno dello scorso anno: una “disfatta”, come le definì Jean-Luc Mèlenchon, leader della coalizione di sinistra Nupes. Un voto punitivo come mai si era visto prima, così come percentuali altissime di astensionismo. Così, poco più di un anno fa, Macron ha dovuto tristemente arrendersi alla tripartizione del diorama politico del Paese tra i suoi sostenitori, Nupes e i lepenisti, mettendo a rischio l’agenda politica interna, tutta ripiegata su caro-vita, prezzi del carburante, riforma delle pensioni e crisi sanitaria.
I fallimenti come leader europeo
Fiaccato dalle pugnalate politiche in patria, Macron aveva provato a ricostruirsi una postura, se non internazionale, quantomeno europea, ormai orfana dell’alter ego tedesca Angela Merkel, con la quale aveva vissuto la florida stagione dell’Europa a trazione franco-tedesca. Ma con i disordini di questi giorni e la Germania che vede l’Afd sorpassare l’Spd, anche quei tempi sembrano una felice stagione lontana. Falliti anche i disperati tentativi di diventare il Folke Bernadotte nell’annosa vicenda dell’aggressione russa in Ucraina: Macron per lunghi ed estenuanti mesi, era rimasto l’unico leader europeo a intrattenere conversazioni telefoniche con Vladimir Putin, nel tentativo di intestarsi la pace delle paci.
Ma anche qui, l’esacerbarsi delle relazioni tra Russia ed Europa hanno portato al progressivo silenzio tra i due leader. Financo alla “bocciatura” di Monsieur Macron da parte del Cremlino, poche settimane fa: a più di un anno dello scoppio della guerra, infatti, la Francia “è di fatto diventata un partecipante al conflitto dalla parte di Kiev e non può rivendicare il ruolo di moderatore nell’accordo ucraino”, aveva tuonato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, rispedendo al mittente la proposta di un vertice di pace a Parigi. E, dunque, anche Macron-il mediatore era finito nella polvere.
Macron e l’Africa
Ci ha provato anche nelle ex-colonie, a guisa di Macron-l’Africano, per cancellare gli abomini della Françafrique. Scivoloni e pugno di ferro, però, non hanno fatto che complicare questo dossier. Con questo fine si era anche prestato anche ad un tour africano al fine di promuovere l’idea che l’Africa non è un “cortile di casa”, e che sia necessario transitare dalla logica degli aiuti a quella degli investimenti. Perfino lo slancio per la restituzione delle opere d’arte ai popoli africani era stato messo in campo per recuperare terreno lì dove proprio la Russia (e la Wagner) mangiano territorio e influenza: “L’orso russo ha risvegliato il gallo gallico”, aveva osservato il giornalista e scrittore Antoine Glaser, uno degli autori del libro La trappola africana di Macron (Fayard, 2021).
Senza dimenticare la rimodulazione del dispositivo militare in Sahel e il ritiro forzato delle truppe dal Mali e dal Burkina Faso, governati da due giunte militari molto ostili a Parigi. Ora, però, il destino pare aver messo fuori gioco la Wagner. Ma la Russia e la Cina, in Africa restano.
Quale futuro per Macron?
Il 27 giugno la Francia e Macron si sono ritrovati di fronte a qualcosa di inaspettato. La Francia brucia e non per le solite ragioni. Tuttavia, di fronte al Paese messo a ferro e fuoco dai manifestanti, il progetto politico di Macron-al di là dei suoi successi o meno-mostra la sua grande miseria. Le strade della Belle Epoque vandalizzate, i luoghi del potere minacciati dalle fiamme, le vetrine saccheggiate. Narrano una Francia complessa e tormentata per la quale Macron non ha più soluzione: è la nazione ad essere en marche contro di lui e l’ordine costituito. Quanta basta da costringerlo a disertare i dossier esteri, in qualsisi modo essi si chiamino: che si tratti della Nato, del Dragone, del futuro europeo o della guerra in Ucraina, ora Macron deve difendere il cortile di casa, quello stretto.
Nel pieno del suo secondo mandato, sa bene di non essere rieleggibile. A soli cinquant’anni, rischia di essere il rottamato della politica francese ed europea entro il 2027. A nulla sono servite le velleitarie sparate neo golliste che riportano in auge l’obiettivo dell’autonomia strategica europea che tanto hanno fatto infuriare Washington (e gongolare Pechino): al momento Macron non ha spazio libero in agenda per potersi dedicare al sogno nostalgico della Force de frappe. Tantomeno riuscirà in quattro anni a vergare il miracolo di un esercito europeo, così preso dal tentativo di disinnescare le sue rue. Ad aspettarlo, forse, un radioso futuro negli organismi sovranazionale in veste di alumno eccellente dell’Unione che fu.

