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La diffusione odierna dei contagi, con buone probabilità, dipende per lo più dai contatti delle persone con i territori che hanno un’incidenza virale superiore alla nostra. Si tratta dei cosiddetti casi d’importazione. Il governo, sino a questo momento, ha stretto rispetto ad alcune zone di mondo, predisponendo controlli sui viaggi di rientro e non che riguardano delle nazioni specifiche: Spagna, Croazia, Grecia e Malta sono state attenzionate dalle disposizioni del legislatore. Ma forse l’esecutivo giallorosso guidato dal premier Giuseppe Conte ha dimenticato di verificare se anche altre situazioni epidemiologiche, persino continentali, potessero rischiare di compromettere i sacrifici fatti dagli italiani con i mesi di lockdown,

I test negli aeroporti vengono sbandierati come un grande risultato: il Lazio, nello specifico, se ne vanta. E le nazioni che vengono prese in considerazione quando si tratta di operare con i test rapidi sulle persone che toccano il suolo del Belpaese sono quelle già citate. Ma quale tipo di azione è stata predisposta per verificare se chi rientra dalla Francia, ad esempio, possa risultare positivo al Sars-Cov2? Nessuna. Un vuoto potenzialmente preoccupante, in specie se si dà uno sguardo alle statistiche relative ai contagi in terra transalpina: parliamo di rilevazioni che fotografano anche fino a 2500 casi al giorno. Possibile che il governo italiano si sia dimenticato di rendere obbligatori i tamponi o i test seriologici pure per quei cittadini che provengono da Oltralpe? Il viceministro del MoVimento 5 Stelle Pierpaolo Sileri, come ripercorso da IlSole24Ore, ha forse inteso tranquillizzare tutti, ventilando l’ipotesi che la lista delle nazioni per cui prevedere una prevenzione specifica venga rimpinguata in futuro. Ma per ora – questo è il dato rilevante – non è così. Anzi, non è così da un tempo sufficiente affinché i positivi provenienti dalla Francia abbiano già circolato abbastanza, per contribuire a quello che i media mainstream chiamano di nuovo “boom dei contagi”.

L’Italia – dicono da parte governativa – deve procedere in direzione di settembre nella massima sicurezza. E ci mancherebbe. Ma evitare di prescrivere come obbligatori i tamponi o i test per chi arriva o rientra dalla Francia potrebbe essere un autogol decisivo ai fini dell’esordio in questa seconda fase di convivenza con il patogeno che ha sconvolto il mondo. La fase che prevede pure il rientro nelle scuole da parte degli studenti. Possibile che la mancata prescrizione derivi dai buoni uffici della maggioranza con la parte politica rappresentata da Emmanuel Macron, ma non sarebbe comunque una scusante. La Francia, sino a prova contraria, è un focolaio che il governo ha scelto scientemente di non controllare. Con buona pace di chi si lamenta per via della opinabilità della misura che impone la mascherina obbligatoria all’aperto dalle 18 o della chiusura coatta delle discoteche.

La nazione transalpina non è una discoteca né un vettore di diffusione naturale, eppure da quella zona di mondo potrebbe arrivare un numero di positivi per nulla trascurabile. Un discorso simile potrebbe riguardare anche l’Olanda, il Belgio ed il Lussemburgo. Ma sino a questo momento tutto tace: il governo è per il non intervento nei confronti degli spostamenti che riguardano queste realtà nazionali. Il che può dipendere dalla diplomazia politica o no, ma poco cambia: un rischio c’è. Basta la logica di base per rendersene conto.

In Francia, per via della gravità della situazione, è stato imposto l’utilizzo delle mascherine nei luoghi di lavoro. E sempre in Francia, due giorni fa, sono stati superati i tremila contagi giornalieri. Se non è una seconda ondata, quella francese cos’è? Ora l’esecutivo potrebbe correre ai ripari. Il problema, che probabilmente sussiste già, è il tempo perso. Il traffico dalla Francia all’Italia, poi, non è di certo di scarsa rilevanza. I voli da Parigi a Milano, giusto per fare presente un caso, sono decine ogni giorno.