Se “America first” è stato il motto di Donald Trump per giungere alla Casa Bianca, non deve stupirci se le cancellerie europee abbiano iniziato a comprendere che il futuro delle relazioni bilaterali fra Stati europei e Washington sia giunta a un bivio. Trump non è uscito dal cilindro come in un gioco di prestigio, ma è il frutto di un’idea che da anni si cerca di concretizzare negli Stati Uniti, e cioè liberarsi da un eccesso di impegno delle forze americane in ogni settore del mondo concentrandosi esclusivamente sugli interessi degli Stati Uniti. Si dirà che in fondo questo è stato sempre lo scopo di ogni potenza, occuparsi dei propri interessi, e che gli Stati Uniti lo hanno sempre fatto coinvolgendo i propri alleati, tuttavia, è cambiato il metodo di approccio: con Trump non c’è più interesse a costruire un sistema liberale internazionale, ma c’è solo l’idea di salvaguardare il benessere degli Stati Uniti, quasi perdendo la forza messianica. Questo concetto è ben diverso da quelli perorati negli ultimi decenni e significa, traducendolo in concreto, che gli Stati Uniti non garantiscono più per i loro alleati storici, in particolare per l’Europa.

Se queste sono le premesse, l’Europa, intesa sia come Unione europea che come singoli Stati, deve necessariamente adeguarsi, se non vuole rimanere vittima degli eventi e del naturale corso della storia. Ed un primo passo, in tal senso, non può che essere quello di decidere da che parte stare. Rimanere ancorati agli Stati Uniti non è più una necessità imposta dalla nuova amministrazione Trump. Tuttavia, se diventa una scelta, allora che questa sia consapevole del fatto che gli Stati Uniti non saranno più disponibili ad accettare di fare in modo che i suoi satelliti vivano grazie all’ombrello di Washington e della Nato come sua longa manus. Ed è proprio sotto il profilo militare che vanno fatte le prime scelte, perché è proprio da lì che Trump ha iniziato a dire in maniera chiara ai suoi alleati che la musica era cambiata per tutti. La scelta di imporre il versamento di almeno il 2% di spese militari a favore dell’Alleanza Atlantica andava proprio nella direzione di far comprendere a tutti che ci sarebbe stato un nuovo corso nelle relazioni fra Usa e alleati.

In Europa, Francia e Germania hanno immediatamente colto l’occasione per iniziare a rendere effettiva quella proposta che da tempo latita nelle cancellerie europee: l’integrazione militare continentale. La testata tedesca Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung è, infatti, arrivata a conoscenza di un documento congiunto del Ministero della Difesa francese e da quello tedesco con cui si definisce per la prima volta una linea comune di “autonomia strategica”.  L’Unione europea, secondo quanto si evince dal testo, ha fatto affidamento per decenni sulle capacità degli Stati Uniti e nel Regno evitando di fare alcun passo in avanti per una struttura militare europea in grado di abbandonare la dipendenza dall’alleanza anglo-americana. La Francia quantomeno ha mantenuto un proprio arsenale nucleare e una capacità operativa importante come potenza regionale in grado di confrontarsi con i conflitti moderni, ma il resto dell’Europa, in primis la Germania, ha un deficit importante. Per fare questo, si pongono due requisiti economici fondamentali: versare il 2% del Pil nella difesa comune e che, di questo 2%, un quinto sia per gli investimenti nel settore. Terzo requisito, imprescindibile, sarebbe poi il coordinamento nel settore degli equipaggiamenti e degli armamenti, giacché si parla di addirittura 178 tipi di armamenti diversi tra i differenti Paesi del continente europeo.

Il messaggio lanciato da Parigi e Berlino è abbastanza chiaro ed ha numerosi significati. Innanzitutto, la rinascita di un asse franco-tedesco dopo l’eclissi dovuta a Hollande e alla supremazia di Angela Merkel comincia a diventare una realtà: l’elezione di Macron in fondo aveva questo obiettivo. È inoltre una presa d’atto importante che siamo di fronte a un cambiamento epocale nelle relazioni atlantiche, che deve essere compresa e guidata prima di essere travolti dal corso degli eventi, che nell’ultima decade sembrano accelerarsi verso un mondo di instabilità e di conflittualità costante e latente. L’Europa, in sostanza, non può dimenticarsi di dover trattare anche il tema militare, senza pregiudizi ideologici o utopie umanitarie: anche la difesa è una questione centrale nel dibattito politico. Infine, altro dato da non sottovalutare, è che la Germania abbia deciso di essere qualcosa di più di una “semplice” potenza economica, ma di voler costruirsi anche una sua autonoma forza politica e militare. Berlino occupa il ventottesimo posto nel mondo per numero di effettivi nelle forze armate. Una cifra che lo colloca tra Marocco e Afghanistan e che contrasta con l’essere la quarta potenza mondiale quanto a Pil ed essere il nono Stato al mondo quanto a investimenti nel settore della difesa.

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