Si era detto all’alba dell’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo che Francia e Germania avrebbero rinsaldato l’alleanza per l’Europa del domani. Un discorso che era poi scemato con il tempo vista l’instabilità politica registratasi a Berlino in seguito delle ultime elezioni presidenziali. Il discorso è infine nuovamente cambiato dopo il colpo di scena firmato Martin Schulz. Il candidato socialista tedesco che aveva dichiarato “mai con Angela Merkel”, è poi tornato sui suoi passi per dare vita alla Grande Coalizione. Stabilità in Germania significa dunque riprendere in mano i vecchi progetti abbandonati temporaneamente con il nuovo inquilino dell’Eliseo.

Il documento per una nuova Unione europea

E non è un caso infatti che a pochi giorni dall’accordo Merkel-Schulz sia arrivato un documento redatto congiuntamente da economisti franco-tedeschi che potrebbe ridisegnare l’economia europea. Il paper è stato firmato da 14 economisti, tra cui spiccano Philippe Martin (presidente del consiglio degli economisti francesi), Jean Pisani-Ferry (architetto della campagna presidenziale di Macron) e Beatrice Weder di Mauro (ex membro del Consiglio degli esperti economici in Germania). Si tratta dunque di personalità ben addentro alla politica dei rispettivi Paesi e con un discreto potenziale d’influenza nei confronti dei decisori con cui collaborano.

Anche il Financial Times ha riportato la notizia, segno che anche ai piani alti del mondo finanziario si è capito l’impatto che quest scritto può avere Cosa dice il documento? In sostanza si ridisegnano alcuni parametri che finora hanno caratterizzato l’impalcatura economica dell’Unione europea.

Cancellato Maastricht, ma regole più stringenti in caso di violazione

Sono due gli argomenti principali trattati dagli economisti: il trattato di Maastricht e il sistema bancario. Per quanto riguarda il primo punto la proposta è quella di eliminare uno dei pilastri del Trattato, ovvero il limite del 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Secondo il report gli Stati europei dovrebbero concordare autonomamente il limite del proprio deficit di Stato sul Pil. Una volta fatto sarà comunque sempre Bruxelles a concedere il benestare alla cifra proposta.

La novità, quella vera e pericolosa, arriva però dopo. Qualora uno Stato venga meno al rispetto del parametro fissato, sarà costretto a finanziare la propria spesa attraverso l’emissione di titoli, non più a rischio zero, ma prezzati secondo le regole del mercato. In quel caso lo Stato si troverebbe dunque a correre contro il tempo alla ricerca di più investitori possibili prima di essere costretto a dichiarare il default.

Un documento che attacca il sistema bancario italiano

Altro discorso, doloroso, riguarda le banche. Il documento, in particolare in questa sezione, si accanisce proprio contro il sistema bancario italiano. La colpa attribuita alle principali banche dello stivale è quella di possedere troppi titoli di Stato e troppi crediti deteriorati. Ecco dunque pronta la soluzione per guarire il malato italiano. Limite alla concentrazione di titoli di Stato all’interno del bilancio bancario e dei crediti deteriorati. È quasi superfluo aggiungere che se tali provvedimenti venissero applicati domani il sistema bancario italiano si ritroverebbe con un buco gigantesco. “Solo” 145 miliardi di euro dovrebbero uscire dal bilancio bancario in quanto eccedono il limite imposto sui titoli di Stato detenuti.

Emerge dunque uno scenario piuttosto allarmante per l’Italia, se questo report dovesse divenire mai realtà. L’eliminazione del parametro di Maastricht non elimina infatti il concetto di rigore, promosso dalla Germania, che continuerebbe a permeare l’istituzione europea. Le sanzioni, in caso di mancato rispetto dei vincoli, diventano più aspre, lasciando gli Stati in balia degli imprevedibili meccanismi che regolano la fluttuazione dei titoli sul mercato. D’altra parte non si comprende che fine farà invece il fiscal compact, che impone de facto il pareggio di bilancio agli Stati, principio per cui la spesa deve essere uguale all’entrate.

L’Italia, che ha apposto il fiscal compact addirittura in Costituzione, si ritroverebbe poi ad affrontare un’eventuale crisi del sistema bancario. Nel 2016 gli NPL (crediti deteriorati), quelli che il documento vorrebbe colpire, detenuti dalle prime dieci banche italiane ammontavano a 228 miliardi di euro. Se l’intenzione degli economisti è quella di evitare una “corsa agli sportelli”, nel caso italiano rischiano di scatenare proprio l’effetto indesiderato. L’Italia si appresta dunque ad affrontare le prossime elezioni politiche in un clima più che minaccioso senza che sia stata ancora presentata un’alternativa alla linea franco-tedesca.