L’incapacità della classe politica libanese di superare l’impasse che frena da mesi la formazione del nuovo governo, indispensabile affinché il Paese dei cedri possa avere accesso agli aiuti internazionali, ha spinto Francia e Stati Uniti a scegliere un nuovo interlocutore privilegiato: i militari. Per entrambi, l’esercito rappresenta uno dei pilastri del Libano la cui tenuta è indispensabile per scongiurare il definitivo collasso del Paese e garantire la sicurezza della regione.

L’incontro all’Eliseo

Uno dei segnali più forti lanciati a questo proposito della Francia è stato l’incontro di mercoledì tra il presidente Emmanuel Macron e il capo dell’esercito libanese Joseph Aoun all’Eliseo. È la prima volta che un comandante del Paese dei cedri viene ricevuto da un capo di Stato francese. Durante l’incontro, Macron ha promesso ad Aoun nuovi aiuti per l’esercito e ha lodato ancora una volta il ruolo ricoperto dai militari all’indomani dell’esplosione del porto di Beirut ed in generale del corso della crisi politica ed economico-finanziaria che attanaglia da mesi il Libano. Nello specifico, il presidente ha parlato di aiuti medici e alimentari diretti alle forze armate libanesi, considerate il vero pilastro della stabilità del Paese e fortemente colpite dall’attuale crisi.

Il collasso della lira, la riduzione degli stipendi e l’aumento del costo della vita hanno inferto un duro colpo all’esercito, che ha visto aumentare il numero di defezioni con un conseguente indebolimento delle sue capacità di intervento. Nonostante ciò, la Francia considera i militari degli interlocutori più affidabili rispetto alla classe politica, incapace di trovare un’intesa per la formazione di un nuovo esecutivo. Il presidente Michel Aoun e il premier incaricato Saad Hariri non sono ancora giunti ad un accordo e continuano ad accusarsi reciprocamente di star portando il Paese alla rovina. La mancata formazione del governo sta avendo degli effetti negativi sulla stabilità del Libano, continuando a bloccare l’arrivo degli aiuti internazionali la cui erogazione è direttamente legata all’implementazione di specifiche riforme politiche.

Data l’esplosività della situazione, il generale Aoun da qualche mese ha iniziato a criticare la classe politica e a prenderne le distanze per evitare che il malcontento della popolazione si abbatta anche sull’esercito. A marzo Aoun ha anche lanciato un ultimatum, chiedendo ai politici di prendere immediatamente delle misure per evitare il collasso delle forze armate, sempre più provate dalla crisi economica. Il rischio, secondo il generale, è che l’esercito si sfaldi e che si assista nuovamente ad un aumento del numero delle milizie, come già successo durante la guerra civile. Le sue parole sono rimaste inascoltate, per lo meno in patria.

Gli obiettivi di Washington

La Francia non è l’unica potenza straniera ad aver puntato sui militari: anche gli Stati Uniti hanno dimostrato recentemente un maggiore interesse nei confronti dell’esercito libanese. Il 21 maggio si è infatti discusso dell’aumento delle sovvenzioni destinate alle forze armate del Paese dei cedri, che dovrebbero ammontare a 120 milioni di dollari.

Secondo quanto riportato da Sky News Arabia, l’obiettivo di Biden è quello di utilizzare l’esercito per limitare l’influenza di Hezbollah e dell’Iran ed evitare che le istituzioni militari del Paese finiscano nelle mani del Partito di Dio. Rafforzare l’esercito è quindi condizione indispensabile per evitare che esso collassi e che Hezbollah possa rafforzare il suo braccio armato o prendere il controllo delle stesse forze militari.

Come scritto anche in una lettera della Commissione Affari esteri indirizzata al Segretario di Stato Antony Blinken, gli effetti della crisi sui soldati libanesi rischiano di causare sempre maggiori diserzioni, di indebolire l’esercito ed aumentare il rischio di un nuovo conflitto civile. Nel mentre, infatti, “gruppi para-militari come Hezbollah o altre milizie che minacciano Israele e la sicurezza regionale si stanno rafforzando”. L’instabilità degli apparati militari libanesi, quindi, non è percepita come una questione unicamente di politica interna del Paese dei cedri, ma come un problema per la stabilità stessa della regione e per la sicurezza dello Stato ebraico, che guarda da sempre con particolare apprensione all’influenza che l’Iran esercita in Libano tramite Hezbollah.

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