Quando Emmanuel Macron è tornato da Pechino a fine 2025, il bilancio era più politico che diplomatico: molte parole, poche concessioni, e soprattutto la conferma che la Cina non accetta più l’intonazione didascalica con cui l’Europa le ha parlato per anni. Da qui l’idea di affidare a Jean-Pierre Raffarin una riflessione sul “rinnovamento” del rapporto franco-cinese, con un orizzonte addirittura al 2040. La domanda, però, è semplice: Parigi sta costruendo un nuovo inizio o sta solo prendendo atto, con ritardo, che il baricentro del mondo si è già spostato?
Raffarin, l’uomo del canale aperto
Raffarin non è un emissario improvvisato. Ex primo ministro di Jacques Chirac (2002-2005), appartiene a quella tradizione francese che, nei momenti decisivi, prova a tenere una linea autonoma. Nel 2003, con Chirac, rifiutò l’invasione americana dell’Iraq: un “no” che oggi sembra quasi archeologia politica, tanto è diventata stretta la cintura atlantica per molti governi europei. Con la Cina, Raffarin ha un curriculum preciso: nel 2005 sostenne la politica dell’“unica Cina” su Taiwan e si spese per la revoca dell’embargo europeo sulle armi verso Pechino. Nel 2019 ha ricevuto l’Ordine dell’Amicizia, una decorazione che i cinesi non distribuiscono per galateo. Tradotto: è un interlocutore affidabile per Pechino e spendibile per Parigi.
La Cina riempie i vuoti, l’Europa discute
Il contesto, però, è più grande di qualsiasi incarico. La Cina di Xi Jinping ha consolidato potenza industriale e capacità tecnologiche, e con la Nuova Via della Seta ha trasformato infrastrutture e credito in geopolitica quotidiana. L’Europa, al contrario, si è ritrovata a oscillare tra crisi energetica, inflazione e una politica estera spesso costruita per reazione. Nel frattempo, Pechino investe in Africa e America Latina e penetra anche nei nodi logistici europei. La questione non è solo economica: quando controlli flussi e snodi, controlli anche margini di decisione. E quando l’Europa si presenta divisa, ognuno compra un pezzo di quel vuoto.
Qui la Francia avverte un sapore particolare: l’Africa è stata il suo spazio naturale di influenza, e oggi vede crescere la concorrenza cinese proprio dove Parigi perde presa. Non è solo una partita di investimenti, è una partita di legittimità. Chi arriva con cantieri e credito parla un linguaggio che, per molti governi africani, pesa più delle prediche europee sui valori, spesso percepite come selettive e interessate.
Perché Macron è tornato a mani quasi vuote
Il viaggio di Macron è stato deludente perché ha urtato un dato ormai strutturale: Pechino non tratta più come potenza “in attesa di maturare”, ma come potenza che detta tempi e condizioni. Se Parigi insiste nel portare a Pechino l’agenda tipica dell’Occidente di oggi — sanzioni, pressione su Mosca, dossier Taiwan, accuse di concorrenza sleale e “ambientale” — ottiene ascolto e cortesia, ma non risultati. La Cina, forte del rapporto con la Russia, non si lascia incastrare: non è una sudditanza, è un’intesa pragmatica contro l’ordine unipolare guidato dagli Stati Uniti. Mosca gioca la sua sopravvivenza storica, Pechino la sua espansione economica. Ma la somma dei due produce un effetto: riduce lo spazio di manovra europeo, e costringe Parigi a scegliere se subire o negoziare.
Rinnovamento o riposizionamento tardivo
L’incarico a Raffarin è un segnale: la Francia prova a ricostruire un canale meno ideologico e più utile. Ma arriva dopo anni in cui l’Europa ha confuso la politica estera con la morale a corrente alternata, e ha scambiato prudenza strategica per allineamento automatico. Se Parigi vuole davvero essere ponte, deve accettare che il mondo multipolare non è un convegno: è una realtà competitiva, dove contano potenza, industria, tecnologia e autonomia decisionale.
Il “rinnovamento” sarà credibile solo se la Francia si presenterà a Pechino non come portavoce di un catechismo occidentale, ma come attore con interessi propri e una diplomazia capace di reggere gli urti. Altrimenti resterà un’operazione cosmetica: buona per i comunicati, inutile per la storia.
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