La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

Il secondo turno delle elezioni legislative francesi si chiude con tre grandi vincitori: gli avversari di Emmanuel MacronJean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen– ma soprattutto l’astensionismo.

Il primo vincitore: l’astensionismo

Le elezioni legislative sarebbero diventate agli occhi dei francesi una scadenza secondaria nella vita democratica? Se questa fine della campagna ha dato luogo a una politicizzazione della posta in gioco del ballottaggio sullo sfondo di un duello tra Nupes ed Ensemble!, tradisce un rapporto sempre più distanziato con l’Assemblea nazionale. L’astensione record testimonia un profondo disamore per la rappresentanza nazionale, nella continuità di questa crisi che colpisce le istituzioni della Quinta Repubblica.

Sul terreno, i deputati, che raramente vengono riconosciuti dai loro concittadini, mostrano molto spesso di ignorare la loro funzione. Nel novembre 2021, uno studio della Fondazione Jean Jaurès ha evidenziato che solo il 44% dei francesi ha fiducia nella propria Assemblea nazionale, una cifra stabile da diversi anni. E che il 59% di loro continua a trovare utile l’istituto. Un calo significativo rispetto all’80% misurato durante la stessa indagine nel 1985.

Tuttavia, senza una maggioranza – assoluta o addirittura relativa – un Presidente della Repubblica non può imporre da solo la sua volontà alla politica nazionale. Una volta decostruitosi questo mito, Macron si trova dinnanzi ad un “campo minato”. Come si legge dalle pagine di Le Figaro, all’astensionismo si è aggiunto una sorta di “voto di rigetto”. Con il Rassemblement National che ha ottenuto 89 seggi, il paesaggio politico francese sembra quasi capovolto rispetto a cinque anni fa. Il “fronte repubblicano” che sino ad oggi in Francia si costituiva ad ogni elezione per fare sbarramento all’estrema destra, questa volta sembra essere stato funzionale nel fare sbarramento a Macron.

Il boom di Le Pen

Ha stravinto Marine Le Pen, che senza neppure fare campagna elettorale ha decuplicato il numero dei deputati all’Assemblée Nationale. Nessuno avrebbe scommesso su un risultato simile alla luce della sfida di Nupes lanciata a Macron e di una campagna elettorale del presidente incentrata esclusivamente a dare battaglia alla far right. Dopo le elezioni presidenziali, Le Pen è stata presenza muta: la ricordiamo fuggire in vacanza dopo aver perso il ballottaggio contro Macron.

Sondaggi e analisti si aspettavano che RN covava una rimonta significativa, anche se nessuno ne poteva prevedere la portata: gli ultimi sondaggi di Ipsos parlavano di una forbice di 20-50 seggi, un importante progresso rispetto agli otto seggi ottenuti alle precedenti elezioni nel 2017, superando facilmente la barriera dei 15 seggi per acquisire il proprio gruppo parlamentare ufficiale.

“Siamo riusciti ad eleggere un gruppo molto forte di deputati all’Assemblea, che d’ora in poi sarà ancora più nazionale. Sarà di gran lunga il più numeroso della storia della nostra famiglia politica”, ha dichirato a caldo Marine Le Pen. Questo risultato permette di “preservare il Paese dal regno del partito unico”, ha affermato. “Faremo un’opposizione ferma, senza connivenze, ma responsabile”, perché “il nostro solo interesse è quello della Francia”, ha aggiunto Le Pen. Anche il segretario del Rassemblement National, Jordan Bardella, ha applaudito a quello che ormai ha battezzato come un vero “tsunami”.

Cosa ha funzionato nella comunicazione politica di Le Pen, tanto da registrare questo record? Sono quelle che qualcuno ha definito “maschere” e che Le Pen sa utilizzare nel suo meccanismo di azzeramento della distanza tra elettore-eletto. Nella leader di RN si riscontra un tratto tipico del populismo contemporaneo, ovvero la costante presenza della esaltazione del popolo e l’anti elitismo di cui ormai Macron appare garante. Corollari di questo binomio sono la sfiducia nei politici di professione, nella politica competitiva e nell’azione delle elaborate strutture istituzionali. E’ il quadro delineato con precisione proprio da una filosofa francese, Chantal Delsol: il populismo compare, nella sua visione, quando una parte del popolo si trova un leader per esprimere rivendicazioni trascurate non solo dal governo ma dalle diverse correnti di pensiero. Nei suoi studi si constata che la maggior parte di questi movimenti criticano l’individualismo moderno e difendono valori comunitari come la famiglia, l’impresa, la vita civica, il lavoro, cioè un desiderio di tornare alla virtù del vicinato. Valorizzano identità dei gruppi, diffidano dell’integrazione come quella europea, ad esempio, sono antiglobalisti perché contrari all’uniformità culturale. Vogliono insomma mantenere una differenziazione in un’ epoca che vedono votata alla mescolanza.

Il populismo “creolo” di Mélenchon

Per paradosso, ma forse non poi così tanto, la strategia di Jean-Luc Mélenchon è la medesima. Il 29 agosto scorso il leader di Nupes si trovava a Châteauneuf-sur-Isère, nella Drôme, per pronunciare il suo discorso di ritorno a scuola. In più occasioni, l’allora candidato alla presidenza parlò di “creolizzazione”, un riferimento allo scrittore martinicano Édouard Glissant, morto nel 2011. Per il poeta la “creolizzazione” è un “incrocio di culture che produce l’inaspettato”. Sviluppando questo tema, Mélenchon nell’ultimo anno ha fatto una scelta di campo: allontanandosi dal populismo sovranista che aveva sposato dal 2010, ha provato a incarnare un populismo “creolizzato”, con forza uguale e contraria a quella di Le Pen.

Nel 2016, quando venne creata France Insoumise, l’obiettivo dichiarato era quello di sposare una strategia populista di sinistra radicale. Considerando che la divisione sinistra-destra è superata, Mélenchon ha puntato ad ampliare la sua base elettorale opponendosi al “popolo” e alle “élite”. Del resto, la trasversalità del populismo rispetto alla linea divisoria sinistra-destra è ormai contestata da pochi.  Anche quest’ultima caratteristica conferma come al centro della mentalità populista vi sia un senso di disagio nei confronti dell’azione condotta da politici e istituzioni. Non sorprende, quindi, che movimenti populisti si affidino a forme di protesta e la loro accusa ai governanti si fondi sempre sulla denuncia di una sopraffazione che non rifugge dai toni aspri ni confronti della tanto vituperata classe dirigente.

La Francia, in questo, è maestra: circa settanta anni fa, la tumultuosa catastrofe della Quarta Repubblica fece da palcoscenico all’apparizione del cartolaio Pierre Poujade e ai suoi infuocati messaggi a ribellarsi allo strapotere dei partiti. La protesta allargò però ben presto il suo raggio di interessi e in vista delle elezioni del gennaio 1956, alla prima struttura corporativa si affiancò una branca politica. Gli scioperi fiscali, che già erano valsi un insediamento territoriale molto ampio con circa 360000 aderenti, un giornale di ampia diffusione, un buon numero di sezioni locali diedero vita alla radicalizzazione del messaggio anzi-istituzionale. Ben presto, accanto ad una mistica della solidarietà sbocciò un vigoroso antiparlamentarismo.

La storia si ripete.

 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.