François Bayrou è al capolinea dopo che nella serata odierna l’Assemblea Nazionale ha respinto la richiesta di fiducia con cui il navigato politico centrista ha provato a far sopravvivere il suo governo cercando di conquistare la maggioranza sul piano di austerità da 44 miliardi di euro presentato a luglio.
Il flop di Bayrou al voto decisivo
194 i voti a favore e 364 quelli contrari alla mozione appoggiata solo dal MoDem, dal campo presidenziale di Renaissance e del centro-destra dei Republicains e bocciata sonoramente dalla nuova unione di tutte le opposizioni. La sinistra unita, dai Verdi e i Socialisti a La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, ha votato con la destra capitanata dal Rassemblement National travolgendo un nuovo governo di minoranza vicino alla linea politica del presidente Emmanuel Macron.
Era dicembre del 2024 quando Michel Barnier, premier designato dopo le elezioni legislative emerse senza vincitori nel luglio precedente, era stato sfiduciato dall’Assemblea Nazionale. Ora tocca a Bayrou, 73 anni, giunto all’Hotel de Matignon a coronamento di una lunga carriera politica ma affossato dopo soli nove mesi dall’incapacità di far passare la madre di tutte le sue proposte di legge, un piano di austerità volto a tagliare spesa pubblica, pensioni, trasferimenti agli enti locali e anche spesa sociale e sanitaria (ma non la difesa) per ridurre il deficit e il maxi-debito che sta divorando le finanze pubbliche francesi.
L’ultima battaglia del primo ministro
Va riconosciuto a Bayrou di aver combattuto l’ultima battaglia da capo del governo, la più difficile e probabilmente l’ultima apicale della sua carriera politica, con coraggio: il capo del governo non ha cercato scuse di fronte all’Assemblea Nazionale, rivendicando la sua agenda.
“Avete il potere di rovesciare il governo, ma non avete il potere di cancellare la realtà”, ha detto all’opposizione “nostro Paese funziona, crede di arricchirsi e ogni anno diventa più povero. Signore e signori, è un’emorragia silenziosa, sotterranea, invisibile e insopportabile”, ha aggiunto, sottolineando che “abbiamo infranto il contratto di fiducia tra le generazioni che è alla base del contratto sociale”. Bayrou ha aggiunto: “Sono rimasto colpito da quanto i giovani si sentano una generazione sacrificata”.
Al voto del 2024 i giovani hanno premiato Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, capi dei due partiti che hanno affossato l’esecutivo senza però indicare in Bayrou il responsabile ultimo della crisi: è all’Eliseo, è a Emmanuel Macron che sono stati indirizzati gli strali più duri nella giornata drammatica sul piano politico che ha fatto cadere il quarto governo in tre anni nella caotica crisi della Quinta Repubblica transalpina. Macron è all’Eliseo dal 2017 e nelle parole del suo primo ministro c’è, probabilmente, una puntura di spillo nei suoi confronti.
Da destra, il deputato Eric Ciotti ha denunciato che “questo dibattito non riguarda più Bayrou, deve riguardare l’intera opera di Macron”, mentre da sinistra la presidente del gruppo Ecologista e Sociale, Cyrielle Chatelain, ha definito “un sollievo” la caduta del governo, chiesto a Macron la nomina di un primo ministro della coalizione del Nuovo Fronte Popolare e aggiunto che “il bilancio della sua presidenza è molto desolante” e che “questa politica è stata bocciata alle urne”.
Macron, un fiasco senza fine
Domani Macron riceverà da Bayrou la comunicazione delle sue dimissioni, le seconde in poche ore di un leader del G7 dopo il giapponese Shigeru Ishiba. In otto anni Macron ha visto sei primi ministri accompagnarlo nel mandato: Edouard Philippe (2017-2020), Jean Castex (2020-2022), Elisabeth Borne (2022-2024), Gabriel Attal e Michel Barnier (i cui governi sono nati e tramontati nel 2024) e, ora, Bayrou.
Il presidente ora dovrà scegliere: nominare un nuovo premier per cercare di portare avanti la legislatura, sciogliere l’Assemblea Nazionale e tornare alle urne in un voto che premierebbe, ad oggi, tutte le opposizioni o cercare di fare entrambe le cose, usare la nomina di un nuovo capo del governo come trampolino per un’ultima riscossa del campo presidenziale. Ma il tempo stringe e al voto presidenziale del 2027 manca sempre meno mentre il Paese, in crisi economica e debitoria, ribolle per la crisi sociale. Questa è l’ora più buia del macronismo, la cui eredità politica si va gradualmente appannando: i prossimi mesi rischiano di trasformarsi in un Vietnam politico per un capo di Stato ai minimi storici di consenso e per un progetto di governo in tilt.
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