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Tra Marine Le Pen e Emmanuel Macron spunta Jean-Luc Mélenchon. Il volto più noto, il più amato e divisivo della sinistra francese ha conosciuto, dopo tanti tentativi, il maggior risultato politico della sua carriera contribuendo a rendere il Nuovo Fronte Popolare, nel secondo turno delle elzioni legislative, la prima coalizione francese.

Il 73enne leader del partito di sinistra radicale La France Insoumise, il più dinamico e radicale membro della coalizione del Fronte Popolare, già quarto alle presidenziali 2017 e terzo a quelle 2022, a un passo dall’accesso al ballottaggio per l’Eliseo, tra i registi del frontismo dopo lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale decretato da Macron a valle delle Europee. Mélenchon è stato l’uomo più in vista e quello più divisivo di una coalizione che parte dal Nuovo Partito Anticapitalista e arriva al movimento liberal democratico Place Publique, passando per Verdi, Partito Socialista e Partito Comunista di Francia. Ed è stato anche il bersaglio politico per eccellenza di Macron e del duo Le Pen-Bardella per denunciare la presunta impresentabilità del Nuovo Fronte Popolare.

Mélenchon, ex ministro dell’Interno ed ex socialista, si è spostato sempre più nel campo della “Gauche” vecchio stampo: diritti sociali, tribunismo antisistema, internazionalismo. In un certo senso, se Marine Le Pen e Jordan Bardella miravano ad acquisire voti istituzionalizzandosi, Mélenchon e La France Insoumise lo hanno voluto fare radicalizzandosi, ricordando alla sinistra francese che senza la componente di lotta ogni abbraccio con una macronia sempre più orientata a destra sarebbe perdente. La desistenza nei collegi dove sinistra e campo presidenziale hanno battuto, coalizzati al secondo turno, la destra è nata con rapporti di forza chiari. E questo giustifica il titolo di Liberation dopo il voto: “C’est Ouf”, letteralmente “è pazzesco”. Un commento al fatto che un Paese che sembrava indirizzato a una maggioranza di estrema destra si svegli oggi in una Francia con la sinistra in maggioranza relativa.

Mélenchon ha aperto alla sfida del fronte repubblicano non disdegnando la desistenza con i candidati del partito di Emmanuel Macron, Renaissance, e la coalizione presidenziale Ensemble. I risultati hanno premiato il campo minato posizionato contro i lepenisti: 182 seggi per il Nuovo Fronte Popolare, 168 per i macroniani, solo 140 per il Rassemblement dato in testa in tutti i sondaggi. Quella del 7 luglio è stata una serata di fuoco: Nuovo Fronte Popolare prima coalizione francese, barrage all’estrema destra vincente, La France Insoumise primo partito nella prima compagine politica transalpina. Il governo è ora un rebus, ma c’è un dato di fatto: la coalizione di sinistra assomiglia più oggi a Mélenchon di quanto fosse in partenza. Basti pensare alla condizione imposta dal ben più moderato Partito Socialista: niente governo di coalizione con la macronia senza la fine della riforma delle pensioni. E dopo il successo delle desistenze, per Mélenchon la sfida importante viene ora: come coniugare massimalismo e corsa al potere?

Mélenchon ha preso posizione duramente contro Israele sulla guerra di Gaza, è andato in Senegal a omaggiare la nuova amministrazione anti-francese in nome della rivalità con Macron, è stato accusato di estremismo in campo economico, addirittura di aver incentivato l’antisemitismo nel Paese, ma come una salamandra è passato indenne nel fuoco delle critiche.

Fino a ieri, la Francia si trovava in una situazione di tripolarismo asimmetrico, con una destra lepenista vincente ma non ancora in maggioranza assoluta, una sinistra ringalluzzita dall’ottimo risultato del campo larghissimo e un centro macroniano terzo, sorpassato e sconfitto, ma non ininfluente in un’ottica di risultato finale. Ieri per Mélenchon si è consumata l’ultima grande battaglia elettorale, quella che ha visto i centristi liberali cercare l’abboccamento con gli Insoumise per preparare il dopo-Macron nella confortevole consapevolezza di non veder la Francia governata dall’ultradestra. Per Mélenchon assistere al ritorno a Canossa dei critici della costellazione moderata e liberale che l’hanno usato come spauracchio. Ampliare a Lfi gli accordi di desistenza per fermare il Rassemblement National è parso, in un primo momento, lunare per i macroniani di Ensemble. Ma nelle prime ore Mélenchon e i suoi sono stati di fatto investiti di analoga responsabilità degli alleati frontisti.

La scommessa di un’alleanza innaturale fino a pochi giorni fa ha pagato. E del resto le elezioni francesi hanno visto il secondo turno svolgersi con una consapevolezza: “il Rassemblement National otterrà la maggioranza assoluta solo se gli altri due glielo permetteranno“, ha notato con acume Le Grand ContinentNon glielo hanno permesso. E la scelta del fronte repubblicano, in quest’ottica, pone al centro la figura di Mélenchon. La sua spinta a non essere il Macron del secondo turno, ovvero lo spauracchio usato dagli altri campi per acquistare consenso. Ma anche, sul fronte dei progressisti più vicini al centro-sinistra e della destra liberale macroniana, l’antico rivale politico fondamentale per evitare il worst case scenario, la vittoria di Le Pen e Bardella. Centrale oggi perché divisivo domani, Mélenchon si è giocato tutto nell’ultima grande sfida politica: fermare, conquistando credito davanti alle istituzioni, il Rassemblement da un lato e imporre a Macron la coabitazione, portando la coalizione al primo posto nel Paese e spingendo gli elettori liberali a votare gli Insoumises nei collegi di desistenza, erano gli obiettivi. Il primo passo è completo. Ora si passa al secondo. Per il quale servirà un ulteriore risultato: tenere unito il Nuovo Fronte Popolare.

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